Talvolta anche produzioni nate con finalità dichiaratamente autoreferenziali riescono a sorprendere, rivelandosi capaci di coinvolgere lo spettatore e di andare oltre il proprio obiettivo originario. È il caso di Nimrods, coming of age scritto e diretto da Lee Kirk, che, pur nascendo come veicolo per la musica dei Green Day (il soggetto è proprio dei tre membri, Billie Joe Armstrong, Mike Dirnt e Tré Cool), riesce a ritagliarsi una propria dimensione attraverso la struttura del road movie e un evidente richiamo alla tradizione del cinema americano.

Tommy e il suo migliore amico Fred sono due adolescenti scapestrati di Kansas City con una grande passione per il punk. In occasione di un meet and greet con i Green Day, i due riescono a consegnare alla band una demo di un loro pezzo. Wayne, fratello maggiore di Tommy, coglie l’occasione per uno scherzo elaborato, facendo credere loro di essere stati scelti per aprire il concerto di Capodanno della band a Los Angeles. Ignari della burla, i due, insieme al batterista Chad, rubano la macchina di Wayne e partono alla volta della Città degli Angeli, decisi ad arrivarci entro tre giorni.

Il film nasce per volontà degli stessi Green Day, con l’intento di restituire le sensazioni e le esperienze vissute dal gruppo nei primi anni di attività: dai lunghi viaggi in furgone, spostandosi di città in città, ai concerti nelle realtà di provincia. Un presupposto che dà origine a una sorta di scissione temporale, in cui l’ambientazione contemporanea entra in contrasto con la forte presenza di oggetti, abiti e atmosfere che rimandano agli anni Novanta. Un cortocircuito interno che trova giustificazione nell’ossessione dei protagonisti per la dimensione analogica e vintage, conducendo il film verso una (ri)evocazione (o, in questo caso, idealizzazione) nostalgica di un tempo passato.

È proprio questa nostalgia per un’epoca mai realmente vissuta dai protagonisti a rendere Nimrods più interessante di quanto il suo presupposto promozionale potrebbe far pensare. Una forma di anemoia che si riflette anche nella realizzazione stessa della pellicola. Lee Kirk, il quale aveva già collaborato con Billie Joe Armstrong per Ordinary World, guarda alla tradizione del cinema americano e mette al centro il viaggio come esperienza di formazione, trasformando il percorso verso Los Angeles in un’occasione di crescita per i suoi giovani protagonisti.

Il risultato è un film che, pur non rinunciando alla propria natura di prodotto legato all’immaginario dei Green Day, riesce a trovare una propria identità. La regia privilegia un gusto volutamente semplice e autentico, fatto di strade, incontri casuali e situazioni al limite dell’assurdo, restituendo quella dimensione di libertà e scoperta tipica del road movie adolescenziale. Se da una parte questa scelta guarda nostalgicamente a un cinema e a una cultura giovanile del passato, dall’altra finisce paradossalmente per raccontare qualcosa di molto contemporaneo.

L’interesse dei protagonisti per videocassette, apparecchi analogici, abiti vintage e tutto ciò che appartiene a un mondo pre-digitale non nasce infatti da un’esperienza diretta, ma da un’immagine idealizzata del passato. Ed è proprio qui che Nimrods trova il suo elemento più originale: nel raccontare una generazione che prova nostalgia per un’epoca che non ha vissuto. Un sentimento particolarmente significativo nell’era digitale, in cui il recupero estetico e culturale degli anni Novanta e dei primi Duemila è diventato per molti giovani una forma di riscoperta identitaria.

È in questo cortocircuito tra passato e presente che Nimrods riesce dunque a superare la propria origine promozionale. Pur rimanendo un film imperfetto e fortemente legato all’universo dei Green Day, la pellicola di Lee Kirk trova nel viaggio, nella musica e soprattutto nella nostalgia di un mondo analogico mai conosciuto dai suoi protagonisti gli strumenti per raccontare, con uno spirito genuinamente Gen Z, il desiderio di appartenere a un tempo diverso dal proprio.

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