Tratto dal romanzo omonimo di Peter Heller del 2012, The Dog Stars – Le stelle dopo la fine è ambientato in un mondo post-apocalittico devastato da una pandemia che ha decimato la popolazione. Hig (Jacob Elordi), ex pilota e meccanico, vive in un aeroporto abbandonato del Colorado insieme al suo cane Jasper e a Bangley (Josh Brolin), un ex militare pragmatico e cinico. Hig continua a volare con il suo piccolo aereo alla ricerca di medicinali e risorse, ma soprattutto nella speranza di intercettare qualche segnale di vita. Quando una trasmissione radio sembra provenire da una zona abitata, decide di seguirla, lasciando il proprio rifugio e incontrando lungo la strada Pops (Guy Pearce) e sua figlia Cima (Margaret Qualley). Da quel momento la possibilità di una nuova vita e di una nuova comunità diventa per Hig qualcosa di più importante della semplice sopravvivenza.
Il film si focalizza principalmente su questa dimensione più intima, in cui emerge il dolore di chi ha perso tutto, la solitudine e la difficoltà di tornare a fidarsi degli altri dopo il crollo della società. Si tratta di una scelta che sulla carta potrebbe essere condivisibile, grazie all’atmosfera malinconica e nostalgica che riesce a creare nei confronti di un passato che non può ritornare, ma la scelta di Ridley Scott di adottare per gran parte del tempo un ritmo quasi “contemplativo”, fatto di silenzi, paesaggi e deboli interazioni tra i personaggi, alla lunga finisce per annoiare lo spettatore, relegando l’azione a poche sequenze che si possono contare sulle dita di una mano.
Anche quando la storia vira verso un survival movie più tradizionale, la situazione non migliora. Gruppi di selvaggi ostili che sembrano quasi degli zombie, sparatorie notturne e comprimari caricaturali e stereotipati non possono non richiamare un immaginario già ampiamente sfruttato, facendo emergere il confronto inevitabile con altre opere come Io sono Leggenda, 28 giorni dopo o The Walking Dead. Il problema non risiede tanto nella presenza di questi elementi, quanto nel fatto che il film non riesce a reinventarli o a mostrarli con un punto di vista veramente originale.
In generale la regia di Scott, pur meno convincente rispetto ai suoi standard, riesce a dare valore ad alcuni elementi del film. I paesaggi incontaminati e le città devastate diventano protagonisti grazie al sapiente uso della cinepresa: l’abilità del regista permette a queste ambientazioni su larga scala di diventare parti integranti del racconto, in grado di rendere ancora più estremo il divario con il senso di solitudine e isolamento dei personaggi. Il problema sta nella reiterazione di questi momenti, che finiscono per rallentare eccessivamente il ritmo del film, nonostante l’intento iniziale e l’ottima resa cinematografica. Il momento in cui emerge maggiormente l’estro creativo di Ridley Scott è probabilmente la sequenza della sparatoria notturna con protagonista Josh Brolin. Tutta l’azione viene raccontata attraverso l’uso ripetuto della visuale soggettiva e di camere termiche. Si tratta di una soluzione visiva particolarmente efficace perché modifica radicalmente la percezione dello spazio e dei personaggi: le figure umane diventano sagome colorate che emergono dall’oscurità e lo spettatore è costretto a condividere la stessa incertezza percettiva del personaggio interpretato da Brolin, richiamando un’estetica tipica dei videogame sparatutto in soggettiva.
Peccato che intuizioni del genere rimangano episodiche… Il film infatti non riesce mai a sorprendere veramente lo spettatore: tutti i “colpi di scena” sono prevedibili e anche i personaggi appaiono monodimensionali, nonostante le buone interpretazioni del cast che fa del suo meglio per dare dignità a personaggi non sempre adeguatamente sviluppati. In generale, i quattro protagonisti (Jacob Elordi, Josh Brolin, Margaret Qualley e Guy Pearce) sono probabilmente migliori del materiale messo a loro disposizione: nessuno appare fuori posto, ma quasi tutti sembrano aspettare che la sceneggiatura permetta loro di andare oltre la funzione narrativa assegnata. Spunti come l’elaborazione del lutto e i legami che si vengono a creare tra i sopravvissuti che hanno condiviso lo stesso trauma, nonostante i caratteri differenti, avrebbero potuto elevare il film dall’essere un semplice racconto di sopravvivenza. Purtroppo queste premesse non riescono a trovare pieno compimento e la storia più intima e introspettiva viene spesso trascurata in favore di una messa in scena lenta e contemplativa, mentre la componente di genere finisce per trascinare il film verso territori già conosciuti, indebolendone proprio ciò che avrebbe potuto renderlo diverso.


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