Tom Gormican prova a dare nuova vita alla saga di Anaconda con un reboot che tenta di mescolare commedia, avventura e giusto un accenno di horror. La trama segue Doug (Jack Black) e Griff (Paul Rudd), amici d’infanzia che, insoddisfatti delle loro vite quotidiane – Doug intrappolato in un lavoro da videomaker matrimoniale, Griff in cerca del lavoro dei sogni a Hollywood tra decine di audizioni fallite – decidono di realizzare un remake low-budget del cult del 1997. Li affiancano in questa impresa gli amici di lunga data Kenny (Steve Zahn) e Claire (Thandiwe Newton), pronti a partire per la giungla brasiliana tra gag più e meno riuscite, incontri terrificanti (o almeno così dovrebbero essere) con una vera anaconda gigante e una misteriosa guida locale di nome Ana (Daniela Melchior).

Il cuore del film è senza dubbio il rapporto tra i protagonisti: in particolare la chimica tra Rudd e Black regge buona parte della narrazione. Rudd, con il suo fare sicuro e autoironico, riesce a rubare la scena, mentre Black sorprende con una recitazione meno frenetica del solito, concentrandosi sul lato umano di Doug, a tratti più introspettivo, riflessivo e pacato. Steve Zahn si conferma una spalla comica efficace, capace di strappare risate anche nei momenti più confusi del film, anche se risulta spesso eccessivamente sopra le righe. Purtroppo, le due attrici rimangono invece spesso sullo sfondo: Claire appare limitata al ruolo di interesse amoroso di Griff, mentre il personaggio di Ana oscilla tra figura misteriosa di cui sappiamo veramente troppo poco e mero MacGuffin narrativo, senza che il suo personaggio riesca mai a emergere davvero.

Il film gioca molto sul piano metatestuale e sul concetto di film nel film: le scene in cui i protagonisti scrivono, pianificano e girano il loro remake sono tra le più riuscite, perché permettono al regista di far interagire maggiormente i suoi attori e di strappare risate senza appesantire il ritmo della storia. Molto divertenti anche le autocitazioni alla produzione Sony, ad attori realmente esistenti e soprattutto i fan del cult originale apprezzeranno un paio di camei presenti nel film.

Tuttavia, la commistione di toni crea qualche dissonanza: la presenza della gigantesca anaconda è veramente troppo limitata e più simbolica che realmente minacciosa, mentre alcune sottotrame, come quella dei trafficanti d’oro illegali, risultano inserite senza grande coerenza narrativa, solo allo scopo di aggiungere un paio di sequenze d’azione.

Anche la CGI non è sempre convincente, evidenziando i limiti del budget, pur regalando qualche jump scare efficace. La giungla dà il meglio di sé nelle scene notturne, proprio grazie al camuffamento dovuto al calare delle tenebre che contribuiscono a creare un’atmosfera inquietante in cui i pericoli potrebbero nascondersi dietro ogni angolo.

Più che un horror o un action movie, il film è quindi una commedia dolceamara sull’amicizia, i sogni irrealizzati e la passione per il cinema, che trasmette un senso genuino di divertimento e nostalgia, anche se con qualche gag slapstick di troppo e dei momenti al limite del cringe. Non tutte le battute funzionano come dovrebbero, in particolare quelle più reiterate, ma la simpatia dei protagonisti e il tono leggero rendono comunque Anaconda godibile anche (anzi, forse soprattutto) per chi non conosce la saga originale.

Anaconda non è certamente destinato a diventare un cult né un horror-comedy indimenticabile, ma funziona bene come commedia autoironica, capace di intrattenere lo spettatore senza troppe pretese, affidandosi nei suoi momenti più riusciti alla satira sul sistema produttivo hollywoodiano attuale. È un film che celebra il piacere di fare cinema con pochi mezzi a disposizione, quello che tutti i giovani appassionati di regia hanno fatto da piccoli, facendo recitare amici e parenti davanti a una videocamera. Un’avventura leggera in cui il serpente gigante che dà il titolo al film diventa più un pretesto che una vera minaccia, molto lontana dal cult movie che vorrebbe ricreare.

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