Cos’è il cinema se non una voce distinta in mezzo ad un mare di indifferenza?

Accolto con ben 23 minuti di applausi, La voce di Hind Rajab è aldilà di ogni ragionevole dubbio il film che meglio rappresenta questa edizione del Festival del Cinema di Venezia.

Kaouther ben Hania crea un opera che va al di là del concetto di trasposizione cinematografica: per tutta la durata del film abbiamo la possibilità di ascoltare i reali file audio estrapolati dalle telefonate che il gruppo di soccorritori fece con la bambina accompagnati da una fedele ricostruzione dell’episodio realmente accaduto attraverso accurate e concrete trovate registiche che divengono i pilastri che fanno dialogare la finzione cinematografica con l’universo del reale che intende denunciare. A ciò si aggiunge la maestria (già intrapresa da numerosi registi) nel dirigere la scena in un’unica stanza che diviene il microcosmo all’interno del quale convivono tutte le frustrazioni, le speranze e le rassegnazioni delle quali questa storia si fa tragicamente portatrice.

Sarebbe altamente riduttivo tentare una catalogazione del film che si pone idealmente a metà tra l’opera di stampo politico, la fiction e il documentario, un vero e proprio atto di denuncia che ha come obiettivo primario quello di portare all’attenzione pubblica attraverso la storia di Hind, la condanna alla quale è stata ingiustamente sottoposta tutta la popolazione palestinese e renderla così universale, amplificata dal contributo produttivo e impatto mediatico di personalità conosciute del mondo cinematografico come Joaquin Phoenix, Rooney Mara, Brad Pitt, Alfonso Cuarón e Jonathan Glazer.

Sì, film come La voce di Hind Rajab ci ricordano che il cinema non è solo un mezzo per tradurre in immagini uno sguardo sul mondo ma è anche lo specchio all’interno del quale ci riflettiamo ogni giorno, anche se spesso è doloroso riconoscere l’umanità in quell’immagine così impietosa.

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