Che grande regista che è Jafar Panahi!
L’importanza del filmmaker iraniano, che lo pone tra i più significativi del panorama internazionale, risiede nella sua capacità di farsi forza della propria esperienza di artista dissidente per dare ulteriore risalto alle sue opere, evidenziando implicitamente quanto il cinema possa essere ancora un mezzo di grande valenza espressiva e comunicativa.
Dopo essere stato per anni osteggiato dal regime, venendo arrestato e trovandosi nella condizione di girare i propri film clandestinamente, Panahi utilizza il cinema come via attraverso cui rielaborare il suo vissuto.
Tutto questo emerge in Un semplice incidente, film vincitore della Palma d’Oro a Cannes, che ha portato Panahi a diventare il secondo regista – dopo Michelangelo Antonioni – ad aver trionfato in tutti e quattro i principali festival europei: Venezia, Berlino, Locarno e Cannes.
La vicenda ha per protagonisti un gruppo di persone che in passato sono state torturate e imprigionate dai servizi segreti governativi. Anni dopo, uno di loro, Vahid, crede di aver riconosciuto il loro carnefice dal suono della protesi alla gamba. Dopo averlo rapito, comincia una peregrinazione alla ricerca di conferme sull’identità dell’uomo, durante la quale ci si interroga sull’eticità del farsi giustizia da soli.
Ciò che sorprende maggiormente in Un semplice incidente è l’assoluta lucidità con cui Panahi affronta una tematica che lo coinvolge in prima persona. Il regista si muove all’interno di un racconto che parla di ingiustizia e del modo in cui si reagisce ad essa e lo fa senza toni demagogici, spostandosi con naturalezza su registri differenti, dal thriller alla commedia.
In questo modo, il cineasta iraniano pone lo spettatore – così come se stesso – di fronte alla domanda più scomoda: dove finisce la giustizia e dove comincia la vendetta.


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