Un tranquillo quartiere suburbano abitato da famiglie apparentemente ordinarie. Una strada residenziale come tante ne esistono nei sobborghi americani. Improvvisamente, qualcosa manda in frantumi quella normalità. L’intero quartiere viene catapultato indietro nel tempo da una sorta di anomalia spazio-temporale, in un ambiente preistorico popolato da una fauna composta da dinosauri tutt’altro che interessati alla sopravvivenza dei nuovi arrivati. David Robert Mitchell parte da questa premessa per realizzare un film che mescola avventura e horror, strizzando l’occhio alle grandi storie di successo degli anni ‘80 e ‘90, da I Goonies a Jurassic Park.
Il film si gioca su due fronti diversi: da una parte c’è la dimensione familiare, in cui persone comuni sono costrette a reagire a una situazione completamente fuori dalla loro portata, facendo fronte comune mentre affrontano le loro crisi personali quotidiane; dall’altra ci sono, ovviamente, i dinosauri, finalmente di nuovo al centro di un film che non deve necessariamente fare i conti con l’eredità diretta di Jurassic Park, sotto forma di sequel o spin-off, potendo quindi permettersi tutta una serie di momenti splatter e di tensione innovativi rispetto a quanto già visto negli ultimi anni nei nuovi capitoli della celebre saga.
Come detto, La fine di Oak Street è un’opera fortemente debitrice del cinema fantastico degli anni ‘80, non soltanto nell’idea di base di un’avventura vissuta da persone normali catapultate nell’impossibile e nell’ignoto, ma anche nel mood generale, nell’ambientazione fisica e nel modo di costruire la suspense, mostrando solo poco alla volta le creature. Questa componente nostalgica è una delle qualità più evidenti del film che dimostra un affetto e un legame tangibile per un’epoca cinematografica dominata da autori come Steven Spielberg, in cui il fantastico poteva irrompere nella vita di personaggi comuni senza che ci fosse una ragione precisa e soprattutto senza che tutto dovesse essere necessariamente spiegato immediatamente in maniera razionale o ragionevole.
I dinosauri sono ovviamente il principale elemento d’interesse del film, ma il regista non li utilizza soltanto come elemento spettacolare: la loro presenza infatti costringe la famiglia protagonista a rivedere le proprie priorità ordinarie quotidiane e i loro rapporti con il vicinato, dovendo fare fronte comune verso una minaccia (letteralmente) più grande di loro. Uno dei meriti principali del film è poi quello di riuscire a restituire ai dinosauri quella capacità di suscitare paura che col tempo si è un po’ persa. Il pubblico infatti è ormai abituato a vedere sul grande schermo qualsiasi tipo di creatura, motivo per cui Mitchell decide di giocare sul “vedo-non vedo” e sulla costante sensazione di pericolo dei protagonisti.
Anche la colonna sonora di Michael Giacchino contribuisce molto alla riuscita di questa operazione, non limitandosi ad accompagnare l’azione, bensì definendo i momenti tensivi con accenti insistenti e disturbanti, che mantengono alta l’adrenalina dello spettatore. Il film riesce infatti a creare un amalgama ben riuscito tra immagini e musica, dando vita ad un’atmosfera che altri blockbuster affidano di solito esclusivamente agli effetti speciali.
Gli attori protagonisti sono tutti in parte e Anne Hathaway dà nuovamente prova delle sue grandissime doti recitative, anche in contesti totalmente assurdi e fuori dalla sua zona di comfort.
Il limite principale di La fine di Oak Street è tuttavia una sorta di indecisione sul tono che vuole mantenere. Sembra infatti voler essere contemporaneamente un’avventura familiare, un film di fantascienza anni ‘80 e un survival movie dalle tinte horror, ma non sempre riesce a comunicare al pubblico le sue intenzioni effettive. In più di un’occasione infatti il pubblico in sala si è ritrovato a ridere di gusto: viene quindi spontaneo chiedersi se alcune situazioni volutamente sopra le righe siano il risultato di una precisa scelta comica o un errore di sceneggiatura. Ci sono infatti momenti in cui il film sembra volutamente chiedere allo spettatore di ridere di ciò che sta accadendo sullo schermo e altri in cui sembra invece convinto di essere perfettamente serio e inquietante. Il problema non è necessariamente che il film risulti divertente: anzi, alcuni dei suoi momenti più bizzarri e intrattenenti godono proprio di quel fascino particolare dell’assurdo. Quello che non è sempre chiaro è se quell’assurdità sia ricercata o sia semplicemente accidentale, non voluta dal regista. È una sensazione che può creare qualche “scollamento” con la tensione che il film cerca di creare sin dal momento in cui avviene il salto spazio-temporale e che in alcune scene viene meno proprio a causa di quel momento ai limiti del cringe che fa un po’ storcere il naso.
Ciò detto, La fine di Oak Street ha comunque abbastanza personalità da riuscire a evitare di sembrare l’ennesimo blockbuster assemblato secondo formule già prestabilite e collaudate, pur con qualche elemento secondario di troppo, ad esempio una love story non richiesta e totalmente superflua tra la figlia dei protagonisti e la nuova vicina di casa. Le scelte coraggiose che prende, come quella che riguarda il personaggio di Ewan McGregor, fanno sì che il film riesca a sorprendere il pubblico ormai avvezzo a colpi di scena prevedibili e banali.


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