Che parabola discendente ha avuto Eli Roth… Nel novero dei registi horror emersi nel primo decennio degli anni Duemila, il cineasta americano era fra quelli che maggiormente erano riusciti a distinguersi, tanto da contribuire, insieme a James Wan, all’inaugurazione di una nuova stagione per il genere. La violenza esplicita, ma mai eccessivamente respingente, di Hostel ha infatti permesso al gore e allo splatter di uscire dalla ristretta cerchia degli appassionati per aprirsi al mainstream, dando avvio alla fortunata stagione del “torture porn”. Con il graduale esaurimento del filone, tuttavia, il cineasta ha iniziato ad avere difficoltà nel trovare una nuova direzione per la propria filmografia. Nel corso degli anni Dieci, infatti, Eli Roth ha cominciato a esplorare orizzonti e generi differenti, spaziando dall’action al thriller, fino ad arrivare addirittura al film per ragazzi. Sorprende, allora, che uno dei punti più bassi della sua carriera venga raggiunto proprio con un horror (auto)ironico su un gelataio demoniaco.
Una tranquilla cittadina di provincia cade nel panico quando i bambini cominciano a massacrare gli adulti, a partire dai propri genitori, dopo essere stati zombificati dal gelato di un misterioso e inquietante gelataio. Il giovane Jared e altri ragazzi che non hanno assaggiato il malefico dolce si riuniscono per spezzare il maleficio e sconfiggere il gelataio.
Appare evidente come Ice Cream Man cerchi di seguire la scia del successo di Terrifier. Ciò avviene non soltanto attraverso una violenza grafica estrema e al contempo irriverente, ma anche a partire dalla figura del gelataio stesso. L’antagonista, infatti, sostanzialmente muto, esprimendosi esclusivamente attraverso la mimica facciale, ricalca esplicitamente il modello che ha reso celebre Art il Clown. Se, tuttavia, la saga di Terrifier, pur nella sua natura iperderivativa, è riuscita a ritagliarsi una propria identità, il film di Eli Roth finisce per essere nulla più che la sbiadita copia di una copia.
Ciò che stupisce è che la violenza stessa, quella che dovrebbe essere l’elemento cardine di un’operazione come questa, appaia più come un elemento di contorno in un film che, anche nella sua natura goliardica, risulta assai piatto. È evidente come Ice Cream Man, fin dalle sue premesse, punti allo “svacco”, al divertimento all’insegna della violenza gratuita e della creatività nelle grottesche uccisioni. Peccato che questa spinta perda ben presto slancio, finendo per girare a vuoto. Dopo una prima parte in cui effettivamente la mattanza la fa da padrona, dando vita a una scena dal genuino gusto gore, le uccisioni, nucleo centrale del film, vengono inspiegabilmente relegate sullo sfondo, ridimensionate a mera cornice. In un’epoca di crisi e caro gasolio, è come se anche la pellicola finisse, a un certo punto, la benzina, senza più sapere come portare avanti la propria componente ludica. Il risultato è una narrazione che si trascina lentamente e tediosamente pur di raggiungere l’ora e mezza di durata. Il tutto è oltretutto intervallato da orribili inserti animati realizzati attraverso l’utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa, che finiscono per minare ulteriormente la già bassa qualità del progetto.
Non dubito che qualcuno, specialmente nel periodo di Halloween, possa accontentarsi. Eppure, anche limitandosi al campo della commedia horror senza pretese, se non quella di divertire con una buona dose di sangue e interiora, si può trovare ben di meglio. Rimane il rammarico per un regista che, all’inizio del millennio, aveva dimostrato tutt’altra pasta, contribuendo a segnare, a suo modo, la storia del genere. Peccato.


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