È singolare che Robin Hood – Il prezzo del sangue esca nello stesso anno dell’Odissea di Christopher Nolan. A prima vista non potrebbero essere più diversi: un film cupo, ultraviolento e a basso budget l’uno; un kolossal spettacolare e multimilionario l’altro. Eppure, pur con tutte le differenze del caso, le due opere partono da una radice comune: la destrutturazione di un mito e la riflessione sull’importanza delle storie. Nel caso di Robin Hood, l’operazione è palesata fin dall’introduzione: le storie che conosciamo sono tutte false. Il presunto «rubare ai ricchi per dare ai poveri» non è altro che una fandonia atta a giustificare tutti gli orribili crimini di quello che altri non era che un sadico bandito.
Ritroviamo così un Robin Hood vecchio e stanco (la scelta di Hugh Jackman per interpretarlo non può non richiamare Logan) che viene chiamato dal suo vecchio amico Little John (Bill Skarsgård) per affrontare dei bruti che hanno rapito moglie e figlia di quest’ultimo. La lotta che ne seguirà darà vita a un’escalation che porterà Robin a riscoprire se stesso in un antico monastero isolato.
Il regista Michael Sarnoski, dopo la parentesi in un franchise con A Quiet Place Giorno 1, cerca di tornare ad atmosfere più simili al suo film d’esordio Pig, anch’esso incentrato su una figura isolata e in fuga dal suo passato. Fondamentale in entrambi i film è un personaggio innocente che ricorda al protagonista la propria umanità (una maialina in Pig; una bambina in Robin Hood). Altrettanto importante è anche il rapporto con la natura, in grado di far riscoprire quel calore che nessuna ricchezza potrà mai restituire. A questi temi il regista affianca, come detto, una doppia riflessione metanarrativa. Da un lato il mito diventa una menzogna propagandistica; dall’altra si riflette sulle storie come motore per tirare avanti in momenti di difficoltà.
I momenti intimi e di introspezione sono indubbiamente i più riusciti, anche grazie alla bravura di tutto il cast. Più deboli sono le parti contemplative, che appaiono come virtuosismi fini a se stessi: esemplare in tal senso è la sequenza in cui Robin Hood chiede a un personaggio cosa sia successo in una determinata situazione, ricevendo come risposta una storia che non c’entra apparentemente nulla con quanto chiesto. La sequenza, se analizzata singolarmente, funziona, ma nell’economia narrativa complessiva sembra più un modo per presentarsi come “cinema elevato” e profondamente filosofico. Fortunatamente l’ultima sequenza, la migliore di tutto il film, riesce a tirare abbastanza bene le fila del racconto, sia sul versante emotivo sia su quello metanarrativo.


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