A dieci anni dalla sua uscita, Oceania torna sul grande schermo, questa volta in una versione live action. La scelta di affidare il progetto a Thomas Kail, regista proveniente soprattutto dal teatro dove ha collaborato spesso con Lin-Manuel Miranda (sue le regie teatrali di In the Heights e Hamilton), poteva far pensare a un adattamento capace di reinventare almeno in parte il materiale di partenza. Il risultato è invece di nuovo un film che sembra avere un unico obiettivo: dimostrare quanto fedelmente sia possibile ricostruire l’originale animato. Il problema è che la fedeltà, quando non è accompagnata da una nuova visione creativa o una lettura che ne mostri prospettive diverse, rischia di risultare un esercizio superfluo.
Appare dunque chiaro che l’intento di questa trasposizione sia ottenere guadagni facili al botteghino, facendo leva sul pubblico che non vede l’ora di rivedere lo stesso film che già ama con attori in carne e ossa, operazione già compiuta svariate volte sia da Disney che da altre major: l’adattamento live action di Dragon Trainer è il prodotto più simile a questo film come intenti. La storia, del resto, non aveva bisogno di essere reinventata per risultare efficace. Al centro c’è Vaiana, giovane figlia del capo di un’isola polinesiana che sente un richiamo irresistibile verso l’oceano, nonostante i divieti paterni e una tradizione che la vorrebbe destinata a rimanere legata alla propria comunità sulla terraferma. Quando l’isola comincia a soffrire a causa di un male antico, Vaiana viene scelta dall’oceano per intraprendere un viaggio oltre il reef: la sua missione consiste nel trovare il semidio Maui, costringerlo ad aiutarla a restituire il cuore della dea Te Fiti e ristabilire così l’equilibrio del mondo. Inizia così un’avventura attraverso le onde del mare, tra incontri con mostri, divinità e altre creature fantastiche, che porterà Vaiana a confrontarsi non soltanto con una minaccia molto più grande di lei, ma anche e soprattutto con se stessa, cercando di capire chi vuole essere veramente.
È una struttura narrativa semplice, che proprio ultimamente è stata già riportata su grande schermo (qualcuno ha detto Odissea?) e che già nel film del 2016 funzionava perfettamente anche grazie alla straordinaria capacità dell’animazione di trasformare l’oceano in un personaggio vero e proprio, dando all’intera vicenda colori e forme in grado di catturare adulti e bambini. Il live action si trova invece davanti a un paradosso: più cerca di riprodurre quelle immagini, più rende evidente quanto queste fossero state pensate per l’animazione. I paesaggi sono delle splendide cartoline e la tecnologia permette di costruire attraverso la CGI un mondo credibile popolato da personaggi immaginari, ma non si avverte quasi mai la sensazione che questa nuova forma più “tangibile” abbia aggiunto qualcosa all’originale.
Dialoghi, situazioni, gag e momenti musicali vengono riproposti con una cautela quasi reverenziale, come se ogni deviazione dalla strada già percorsa nel 2016 fosse considerata un rischio da evitare assolutamente. Eppure proprio la scelta di far dirigere la pellicola a Thomas Kail avrebbe potuto donare al film un minimo di originalità e innovazione, magari affidandosi proprio a un’impronta più teatrale, come già fatto dal regista con la ripresa televisiva dello spettacolo di Hamilton o in occasione dello special tv Grease: Live del 2016. Qui, invece, la sensazione è spesso quella di assistere a un prodotto che conosce perfettamente il film precedente, ma che non sa bene cosa dire a proposito del materiale che eredita e che ne giustifichi una nuova versione. Non c’è una vera necessità artistica dietro al progetto.
Sarebbe ingiusto e ingeneroso sostenere che il film sia un fallimento: il live action funziona, ma solo perché funzionava già l’originale animato. Vaiana, con la sua personalità, continua ad avere una sua forza trascinante, così come il rapporto con Maui conserva quei momenti di simpatia e quello con la nonna risulta emozionante e commovente. Le canzoni e i ritmi polinesiani sono ancora una volta al centro della scena, ma è difficile attribuire questi meriti al remake in quanto fanno tutti già parte del DNA dell’originale.
L’esordiente Catherine Laga’aia interpreta Vaiana al meglio possibile, riuscendo a sostenere un ruolo divenuto in breve tempo iconico e reggendo il film sulle proprie spalle con naturalezza. Dwayne Johnson sfrutta il proprio carisma con la consueta e ostentata sicurezza, ma proprio nel caso del suo personaggio emerge uno dei limiti più evidenti dell’operazione: Maui era stato costruito attorno a proporzioni, espressioni e movimenti cartooneschi, sfruttando inoltre le potenzialità dell’animazione per rendere vivi i suoi tatuaggi. Trasportarlo in un corpo umano reale modifica inevitabilmente il modo in cui viene percepito e Dwayne Johnson, che aveva già doppiato l’originale, finisce per affidarsi a una versione troppo familiare e simile alla sua caratterizzazione abituale già vista in molti altri film da lui interpretati.
Anche la versione italiana risente di questo confronto. La scelta di mantenere lo stesso doppiatore di Maui del film animato (Fabrizio Vidale) ha una sua logica affettiva, ma qui finisce per risultare meno convincente: la voce di Vidale (doppiatore abituale di Jack Black, per intenderci) che si sposava perfettamente con un personaggio animato non funziona allo stesso modo quando deve accompagnare il volto e la fisicità di Dwayne Johnson. Il problema è ancora più evidente nel caso del gigantesco granchio Tamatoa. Il confronto con l’originale è inevitabile e la nuova interpretazione di Simone D’Andrea, bravissimo doppiatore, non riesce purtroppo a restituire la stessa eccentricità e peculiarità della versione animata, anche perché il precedente doppiaggio del cantante Raphael Gualazzi aveva dato al personaggio una caratterizzazione vocale particolarmente riconoscibile. In entrambi i casi, insomma, la scelta di richiamare il passato finisce per sottolineare ancora di più la distanza tra le due versioni.
Il vero problema di questo Oceania non è tanto se sia un film bello o brutto. Semplicemente si tratta di un film non necessario, soprattutto considerando la breve distanza temporale che lo separa dal suo capostipite. Ricostruisce con notevole dispendio di mezzi tecnici qualcosa che era già stato realizzato con maggiore libertà, immaginazione e vitalità in forma animata. Per chi conosce già Oceania, ogni volta che il film funziona, viene spontaneo pensare che funzionava esattamente allo stesso modo (e spesso meglio) dieci anni prima e quando un remake costringe lo spettatore a pensare continuamente al film che lo ha preceduto, anziché permettergli di vivere la nuova versione come un’opera autonoma, significa che forse sarebbe stato meglio non ripetere lo stesso viaggio, almeno per ora.


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