Dopo la conclusione di No Way Home, il destino di Peter Parker sembrava aver raggiunto ormai un punto di non ritorno, proprio come promesso dal titolo. Privato dei suoi affetti più cari, della propria identità e di ogni punto di riferimento appartenente alla trilogia precedente, il personaggio si ritrova costretto a ripartire da zero. Spider-Man: Brand New Day prende questa premessa e la trasforma sin dai primi minuti nel motore di un racconto che, pur rimanendo pienamente inserito nel Marvel Cinematic Universe, sceglie finalmente di riportare l’attenzione sul personaggio (uomo e supereroe) prima ancora che sul macro-contesto a cui appartiene. È un film che non rinnega l’eredità del suo universo condiviso, anzi, attinge a piene mani da camei e personaggi già noti al pubblico, ma prova a riscoprire il piacere di raccontare una storia dell’Uomo Ragno in cui le emozioni, i conflitti quotidiani e il senso di responsabilità tornano a occupare il centro della scena, tralasciando almeno per il momento gli sviluppi multiversali di cui il pubblico è ormai assuefatto.

Destin Daniel Cretton (già regista di Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli) subentra a Jon Watts, che ha diretto la prima trilogia con Tom Holland, dimostrando di aver compreso perfettamente cosa renda questo personaggio così iconico e amato dal pubblico da oltre sessant’anni. La sua è una regia che alterna sequenze spettacolari di combattimenti e acrobazie aeree, a passaggi più intimi e introspettivi con una naturalezza che raramente si è vista nelle ultime pellicole della Marvel, costruendo un equilibrio tra azione, ironia e malinconia tipico proprio dei fumetti di Spider-Man.

Brand New Day riesce infatti a catturare il tono delle migliori storie dell’Uomo Ragno: il senso di precarietà economica legato alla vita solitaria a New York, la fatica di conciliare la sua vita privata con il dovere morale, le piccole vittorie quotidiane contro i malviventi, gli inevitabili fallimenti e il malinconico senso di solitudine, restituiscono quel Peter Parker che per decenni ha rappresentato il supereroe più vicino alle persone comuni. Anche New York torna finalmente a essere una presenza viva, una città concreta con cui Spider-Man interagisce continuamente, invece di limitarsi a fare da sfondo alla storia. L’impressione è quella di assistere a un numero randomico della testata fumettistica di Spider-Man sul grande schermo: tutta la sequenza iniziale, in particolare, riprende esattamente alcune tavole originali e offre un rapido sguardo su un campionario di personaggi appartenenti ai fumetti, che non avrebbero altrimenti mai avuto spazio sufficiente per delle storie loro dedicate.

La vicenda permette al protagonista di soffermarsi spesso sul peso delle conseguenze degli eventi precedenti, riportando al centro della narrazione l’evergreen “da grandi poteri, derivano grandi responsabilità”, senza mai perdere di vista la dimensione umana di Peter Parker e il suo conflitto interiore, che rimane il vero cuore del racconto. Il passato diventa un punto fermo da cui ricominciare a costruire un nuovo inizio, in cui Peter è costretto a ridefinire se stesso, il proprio ruolo nella città di New York come vigilante mascherato e il significato stesso dell’essere Spider-Man. È proprio questa volontà di ricostruzione a dare al film una personalità diversa dai suoi predecessori: non si limita a raccogliere quanto lasciato in sospeso, ma prova ad aprire una nuova fase della vita del personaggio, più adulta, più matura e meno dipendente dagli equilibri confortevoli che avevano caratterizzato la trilogia precedente. In questo senso il salto temporale di tre/quattro anni in avanti ha certamente concesso al regista e agli attori l’opportunità di sperimentare maggiormente con il personaggio. Se nella trilogia di Jon Watts era Peter Parker a dover imparare a convivere con Spider-Man, in questo film è Spider-Man che deve imparare a coesistere con Peter Parker, cercando di trovare il bilanciamento corretto tra i due mondi che convivono in lui, prima che uno prenda il sopravvento sull’altro.

Tom Holland offre probabilmente la sua interpretazione più completa e sfaccettata del personaggio. Dopo anni durante i quali ha dovuto interpretare un Peter giovanissimo, ancora inesperto, spesso coinvolto in situazioni più grandi di lui con un mentore a guidarlo, qui riesce finalmente a esprimere tutta la maturità acquisita dal suo Spider-Man, dimostrando di non essere più il “bimbo-ragno” di Civil War. Questo nuovo Peter è più silenzioso e riflessivo, meno impulsivo, ma non ha perso quell’umanità e ironia che sono gli elementi fondanti del personaggio. Tom Holland riesce a farsi carico del peso della solitudine e delle responsabilità con una prestazione fisica impeccabile: anche quando indossa la maschera (e la indossa molto più che in passato) riesce a risultare comunicativo attraverso l’uso del corpo.

Accanto a lui nel cast spicca Jon Bernthal, la cui introduzione è forse il vero punto di forza della pellicola: la sua presenza non serve soltanto a offrire un contrasto caratteriale e morale con Peter, ma permette al film di aggiungere quel tocco comico tipico dei “buddy movie” che arricchisce la narrazione in maniera inedita. Jon Bernthal riesce finalmente a donare al suo Punisher nuove sfaccettature, grazie proprio alle interazioni con Peter che riescono a far uscire allo scoperto il suo lato più umano. Le scene condivise tra i due sono tra le più efficaci dell’intero film, proprio perché mettono continuamente a confronto due modalità opposte di affrontare la violenza, il senso del dovere e il peso delle proprie scelte (passate e presenti).

Il resto del vecchio cast, da Zendaya a Jacob Batalon, passando per Mark Ruffalo, contribuisce a mantenere quell’equilibrio tra il già noto e il nuovo, offrendo sequenze emozionanti e malinconico/romantiche (Zendaya e Tom Holland hanno anche sul grande schermo un’alchimia incredibile), lasciando comunque ampio spazio alle new entry tra cui il misterioso personaggio interpretato da Sadie Sink, il cui ruolo si rivelerà fondamentale per la storia. I vari comprimari e alcune vecchie conoscenze che appaiono solo per pochi minuti, fanno ritorno con una funzione narrativa ben precisa ed integrata nella storia principale, contribuendo a mantenere quel senso di coesione dell’MCU che proprio negli ultimi anni ha iniziato a vacillare, senza tuttavia sottrarre a Peter il ruolo di protagonista assoluto.

Si tratta del miglior film di Spider-Man in assoluto? Probabilmente no, ma è certamente un ottimo film SU Spider-Man nella sua forma più autentica, in grado di rispondere a quelle che sono le esigenze del mercato e dei fan che attendevano con ansia l’arrivo di questo film. Il regista, così come il cast e i produttori, sanno benissimo che non sarebbe stato possibile superare il film precedente in termini di spettacolarità o di fan service, perciò hanno saggiamente scelto di percorrere una strada diversa, più difficile per certi versi: riportare al centro della storia il vero Peter Parker, quello che il pubblico ama da oltre sessant’anni. In un momento in cui il Marvel Cinematic Universe è alla ricerca di una nuova direzione, questo film dimostra che, a volte, il modo migliore per andare avanti consiste semplicemente nel tornare alla vera essenza dei propri personaggi. E al Multiverso ci si penserà la prossima volta…

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