Da quando il franchise de La casa ha intrapreso un nuovo percorso, nel 2013, svincolandosi dalla celebre trilogia di Sam Raimi (rimasto coinvolto esclusivamente in veste di produttore) la saga è diventata un vero e proprio banco di prova per registi emergenti. Fra tutte le serie horror, infatti, Evil Dead, forte di un titolo che ha fatto la storia del genere, è quella che più di ogni altra si è dimostrata palestra per giovani cineasti, spesso al primo o al secondo lungometraggio, chiamati a mettere in mostra le proprie capacità. Dopo Fede Álvarez, esordiente proprio con il remake del 2013, e Lee Cronin, con il recente La casa – Il risveglio del male, questa volta è il turno del francese Sébastien Vaniček.

Rimasta vedova in seguito a un incidente d’auto, la giovane Alice si ritrova, suo malgrado, costretta a trascorrere del tempo con la famiglia del defunto marito. Ad accoglierla ci sono il pavido cognato e la sua compagna, la nonna invalida, privata di una gamba e affetta da demenza senile, e i due genitori dell’uomo, da sempre ostili nei confronti della ragazza. Ma, nel corso della riunione familiare, un male antico si manifesta improvvisamente, perseguitando i presenti e possedendoli uno dopo l’altro.

In qualche modo erede della new wave dell’horror francese dei primi anni Duemila, Vaniček si dimostra coerente con la svolta al femminile intrapresa dalla saga. Così come il capitolo precedente rifletteva sul tema della maternità, La casa – Il rogo del male abbraccia uno dei filoni più ricorrenti dell’horror contemporaneo post-pandemico: quello della mascolinità tossica e della violenza, fisica e psicologica, di genere. La possessione dei membri della famiglia da parte delle forze malefiche del Necronomicon diventa così la rappresentazione dell’orrore che può annidarsi all’interno della dimensione familiare, logorando e mortificando l’esistenza di una donna.

Peccato che la forza di questi spunti non trovi il necessario sostegno in una sceneggiatura all’altezza, sviluppata attraverso un intreccio a tratti goffo e incapace di rendere pienamente giustizia alle proprie ambizioni. Allo stesso modo, anche gli effetti visivi non convincono del tutto, apparendo in più occasioni artificiosi e facendo sorgere spontanea la domanda “perché un film di Evil Dead, saga da sempre sinonimo di litri di sangue, fluidi corporei e prostetici artigianali, non sceglie di affidarsi con maggiore decisione agli effetti pratici?”.

Fortunatamente, il maggiore motivo di interesse della pellicola risiede altrove, ovvero nella regia di Vaniček. Nonostante sia soltanto al suo secondo lungometraggio, il cineasta francese dimostra una mano sorprendentemente sicura: da un lato ricalca lo stile tipico di Raimi, dall’altro cerca una cifra personale. Il film si distingue così per un dinamismo della macchina da presa estraneo a gran parte dell’horror mainstream contemporaneo, dando vita a sequenze capaci di mantenere costantemente alta la tensione e l’attenzione dello spettatore. È proprio questa energia registica a permettere di sorvolare sulle debolezze della scrittura, consegnando al pubblico una sana dose di umorismo e splatter in salsa Evil Dead.

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