Un viaggio nel tempo legato alla futura nascita di un’intelligenza artificiale che metterà in scacco il mondo. Un’idea vecchia letteralmente di 40 anni, dato che risale al ben noto Terminator di James Cameron, ma uno spunto già visto può essere riletto in chiavi diverse. Stavolta non abbiamo cyborg assassini, ma un uomo stralunato (Sam Rockwell) che approda in un diner per reclutare alcuni clienti per impedire la nascita della futura minaccia.
Rispetto al cult di Cameron, la questione dell’IA è molto più presente al giorno d’oggi. L’apocalisse futura non si manifesta più con l’idea di un esercito di robot assassini, ma con il totale asservimento della razza umana a un qualcosa che darà alle persone tutto ciò che vogliono. Anche la missione cambia dall’idea di proteggere il futuro salvatore all’idea di prevenire la minaccia e controllarla. L’impresa assume i connotati di un vero e proprio videogioco, con l’uomo misterioso che afferma fin da subito di star facendo vari tentativi con gruppi diversi. A ogni fallimento si riparte dallo stesso punto temporale.
Da qui parte Good Luck, Have Fun, Don’t Die, che segna il ritorno dopo 10 anni di Gore Verbinski, regista premio oscar per Rango, nonché autore di The Ring e Pirati dei Caraibi. Che sia un film di Verbinski è evidente dalla sua durata e “pienezza”: come in tutti i suoi lavori, il regista non contiene la propria spinta creativa, inserendo tutti gli spunti che gli vengono in mente sul tema. Da simulazioni virtuali a brainroot, passando per voci clonate e impossibilità di staccare gli occhi dal telefono, tutto è inserito e shakerato in una folle corsa contro il tempo, piena di rivelazioni e colpi di scena.
Non tutto si amalgama bene: la linea tra innalzamento della posta necessaria a proseguire la storia e salto dello squalo è sempre labile e pronta a far crollare tutto il castello di carte con un soffio. A tenere il tutto in piedi è però soprattutto la regia di Verbinski, che pur non essendo un autore del calibro di Cameron, Spielberg o altri, ha sempre dimostrato una padronanza del mezzo cinematografico ben superiore a quella di tanti altri mestieranti.
A conti fatti, nonostante le varie storture ed eccessi, rimane un prodotto sicuramente interessante, soprattutto per le possibili teorie che può generare nel post-visione.


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