Le trasposizioni cinematografiche sono complesse, si sa. Che siano da libri, videogiochi o leggende metropolitane, non sempre questi progetti si dimostrano vincenti. Anzi, la maggior parte delle volte la trasposizione manca della profondità e della magia presente nella fonte originale.
Mi sono approcciata a Backrooms di Kane Parsons alimentata da una, a conti fatti, spropositata fiducia, in quanto sin dal primo trailer il rischio che si trattasse di una bellissima scatola vuota era molto alto. Ma l’argomento, un regista (di 20 anni!) che si era già cimentato con la tematica in modalità amatoriale con un corto del 2022 Backrooms Found Footage e il bollino di A24 mi avevano illusa.
La sequenza di apertura è promettente: un uomo sconosciuto si aggira con una telecamera, tutto girato in POV, in un ufficio sterminato. È agitato, sta scappando da qualcosa che non conosciamo. Jumpscare finale e si entra nel vivo del film.
Clark (Chiwetel Ejiofor) è un uomo recentemente separato, proprietario di un negozio di mobili in una cittadina della California degli anni ‘90. Vive nel suo negozio e proprio lì, una sera, cercando di capire la causa di uno sfarfallio di luci, attraversa un muro e si ritrova in una stanza sconosciuta del suo negozio: la stanza è infinita, illogica, ci sono cumuli di mobili e altoparlanti in lontananza che trasmettono frasi in lingue straniere. E qualcosa che si muove nell’ombra.
Il giorno successivo racconta dell’esperienza alla sua psicologa, interpretata da Renate Reinsve (attrice norvegese sulla cresta dell’onda, dopo la sua candidatura all’Oscar per Sentimental Value e la vittoria di Fjord, in cui è protagonista, all’ultimo festival di Cannes), che comprensibilmente non crede a quanto raccontato. La psicologa ha ovviamente i suoi traumi interiori con cui fare i conti.
Clark decide di analizzare questo luogo, al fine di provarne l’esistenza. Ci troviamo alla fine del primo atto, che per quanto un po’ lungo, riesce a costruire la suspense adeguata.
Il film risplende invece all’inizio del secondo atto, nella parte girata in stile found footage. Ma per pochi minuti. La scelta stilistica è limitata a una manciata di minuti e poi… il film perde il suo fascino, le backroom diventano secondarie e fanno solo da sfondo a un thriller psicologico banale.
Quello che poteva anche solo essere un viaggio estetico e angosciante verso luoghi sempre più onirici viene completamente abbandonato per una trama trita e ritrita tipica degli horror degli ultimi quarant’anni. A metà visione, ho persino avuto il sospetto che il concetto delle backroom fosse stato aggiunto in un secondo momento, per elevare una trama debole di un film horror. Sì, le backroom ci sono, sono anche state costruite fisicamente senza appoggiarsi eccessivamente alla CGI, ma non restano le protagoniste.
Inoltre, si capisce sin dalle prime immagini che ci sarà un tentativo di spiegare il fenomeno, mentre buona parte del fascino delle backroom è la propria inspiegabilità (lo stesso errore era stato fatto nell’episodio “Backrooms” di American Horror Stories).
Ciò che eleva il film è il cast, perché Chiwetel Ejiofor è come al solito un grande attore e anche Renate Reinsve, malgrado il ruolo limitato, crea un personaggio fragile e vivido.
Quest’anno è stato distribuito nelle sale italiane, anche se per pochissimo tempo, il film giapponese Exit 8 di Genki Kawamura, tratto dall’omonimo videogioco, che fa un’operazione molto simile a Backrooms, adottando come ambientazione uno spazio liminale e, stando alla ricezione della critica, sembra avere i medesimi problemi di Backrooms. Tendo quindi a pensare che, se questo film dovesse sbancare il botteghino, potremmo essere all’inizio di una lunga serie di film legati a queste estetiche: sono concetti semplici e le case cinematografiche punteranno su un pubblico affezionato, esattamente come fanno con remake, reboot e sequel.
Il timore è che verrà attaccata l’etichetta di backroom o spazio liminale a sceneggiature banali, generando così un filone horror incolore.
Ci sono alcune cose che funzionano su internet, ci sono cose che funzionano al cinema. Non sempre le due cose si sovrappongono.
Un’incredibile occasione sprecata.


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