Tuner – L’accordatore è un ottimo thriller che riesce a distinguersi in un panorama di genere super affollato, senza bisogno di strafare. Fin dalle prime scene si capisce subito che Daniel Roher non è interessato a costruire il classico film pieno di colpi di scena e tensione continua, ma qualcosa di diverso, in un certo senso più elegante, giocando con le atmosfere e i personaggi. Autore di documentari e vincitore del Premio Oscar nel 2023 per il Miglior documentario con Navalny, Roher si cimenta per la prima volta con un film di finzione con una sicurezza sorprendente, riuscendo subito a trovare un tono molto personale.

La storia segue un giovane accordatore di pianoforti dotato di una sensibilità acustica fuori dal comune, che finisce per trascinarlo in un mondo criminale molto più grande di lui. Il film parte come un thriller sulla criminalità organizzata, con un background legato al mondo degli strumenti musicali e del suono in generale, ma più il protagonista si addentra in quel territorio popolato da loschi individui pronti a tutto pur di sfruttare le sue abilità, più Tuner – L’accordatore diventa un film sull’ossessione, sul controllo e sulla difficoltà di fidarsi degli altri.

L’attenzione ai dettagli del regista emerge in ogni scena, ma senza eccessi estetici legati a quella voglia di esibire a tutti i costi la tecnica o gli elementi della messinscena, cosa che spesso rovina molti thriller o noir contemporanei, in quanto spezzano l’atmosfera. La tensione nasce dai silenzi, dai rumori e in generale dai piccoli gesti. Il suono è un elemento fondamentale del film, non un semplice macguffin: il cigolio del legno, i ticchettii della cassaforte, il caos delle strade, il respiro trattenuto prima di una nota, persino il modo in cui i personaggi parlano o sussurrano le proprie battute sembra studiato per creare un’atmosfera che potremmo definire “sospesa”. Il sound design non accompagna semplicemente le immagini, ma diventa parte integrante della narrazione, costringendo lo spettatore ad ascoltare il mondo con la stessa attenzione quasi ossessiva del protagonista. In alcuni momenti il film sembra persino costruito come una composizione musicale, alternando crescendo e silenzi, pause e scene tensive.

Leo Woodall regge praticamente tutto il film sulle sue spalle con un’interpretazione molto controllata, ma mai fredda e apatica. Il suo protagonista è un ragazzo intelligente e vulnerabile, costantemente in bilico tra controllo e paranoia. Non è il classico antieroe da thriller, ma un giovane costretto a vivere isolato dal mondo proprio a causa di questa sua particolarità uditiva.

La presenza di Dustin Hoffman nel cast merita un discorso a parte: ogni volta che entra in scena lo fa con una naturalezza incredibile, mettendo la sua esperienza e il suo carisma al servizio della trama, senza oscurare gli altri attori. Purtroppo la sua presenza è fin troppo limitata e resta l’amaro in bocca per il mancato sviluppo della sottotrama legata al suo rapporto con il protagonista.

Quello che resta al termine dei titoli di coda non è soltanto la relativa originalità del soggetto, ma la coerenza stilistica dell’atmosfera che Roher riesce a creare e mantenere dall’inizio alla fine del film. In un panorama di thriller spesso troppo didascalici o desiderosi di stupire a tutti i costi con grandi effetti speciali o colpi di scena urlati, Tuner – L’accordatore si differenzia proprio grazie al suo approccio registico e al carisma del suo protagonista.

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