A vent’anni di distanza dal primo film, il Diavolo veste ancora Prada? Assolutamente sì e lo fa divinamente!
A volte i sequel arrivano troppo tardi per avere davvero qualcosa da dire. Non è questo il caso di Il Diavolo veste Prada 2, che riesce a riportare sullo schermo un mondo diventato iconico senza tradirne completamente lo spirito, anzi riuscendo a trovare un equilibrio convincente tra continuità e rinnovamento. Non cerca di imitare spudoratamente il primo film, bensì sceglie di aggiornarlo con intelligenza e naturalmente una certa eleganza.
Il film punta chiaramente sul fan service, sull’effetto nostalgia e sui rimandi a battute, situazioni e veri e propri “meme” divenuti iconici, ma lo fa con abbastanza consapevolezza da risultare più un omaggio affettuoso che un’operazione puramente commerciale. Non mancheranno dunque maglioni cerulei, cinture diverse che sembrano identiche, collezioni di abiti floreali per la primavera (avanguardia pura), corse nel traffico per compiere missioni impossibili e cappotti gettati sulla scrivania… O forse no… Qualcosa è cambiato, dopotutto sono trascorsi vent’anni nel tempo della storia, cosí come in quello reale.
Ed è proprio qui che il film trova la sua identità. Non è una semplice operazione nostalgica. È piuttosto un ritorno consapevole, che accetta il peso del tempo e lo integra nella propria narrazione. I personaggi non sono congelati nel passato, ma portano con sé le conseguenze degli anni trascorsi. Il Diavolo veste Prada 2 non ha bisogno e non vuole reinventarsi completamente, ma consolidare ciò che ha reso il primo capitolo così memorabile. Il mondo della moda e dell’editoria viene rappresentato come un sistema in trasformazione, dove il prestigio non basta più e l’identità stessa del settore è in discussione. Manca solo un po’ di quella satira pungente che aveva reso così brillante il primo capitolo.
Meryl Streep riprende il ruolo di Miranda Priestly con una naturalezza disarmante. Non c’è bisogno di introdurla o ridefinirla: basta uno sguardo, una pausa, una battuta pronunciata con precisione chirurgica per restituire tutta la forza e il carisma del personaggio. Miranda è sempre il centro del sistema, ma il mondo intorno a lei è cambiato e il film ha il grande merito di non ignorarlo. La sua autorità non è più assoluta come un tempo: è sottoposta a pressioni esterne di soggetti pronti a sfidarla e metterla in discussione, dunque è costretta ad adattarsi, dovendo anche fare a meno dei suoi modi a volte troppo bruschi verso le proprie assistenti e ai commenti sagaci al limite del body shaming nei confronti delle modelle.
Accanto a lei, Anne Hathaway costruisce una Andy Sachs più matura e consapevole. Divenuta una giornalista di alto livello, ritorna a Runway per salvare la rivista da una crisi d’immagine e credibilità. Il film riesce nell’impresa di evitare la trappola della regressione del suo personaggio: Andy non torna a essere la ragazza insicura degli inizi, ma resta una professionista che ha trovato il proprio posto, pur senza aver smesso di interrogarsi sulle scelte fatte nella sua vita. Il rapporto tra le due protagoniste non è più quello di allieva e mentore in senso stretto, ma qualcosa di più sfumato e interessante, fatto di rispetto, tensione e inevitabile confronto.
Non ci sono svolte clamorose nella storia, al netto di un colpo di scena nella parte finale, ma una costruzione progressiva che lascia ampio spazio ai personaggi e alle loro dinamiche. È un film che riesce a coinvolgere gli spettatori proprio perché si prende il tempo per osservare i suoi protagonisti interagire tra loro. La moda, come ovvio, è protagonista assoluta e ogni scena è curata nei minimi dettagli, ma non è mai fine a se stessa: gli abiti, gli ambienti e le scelte stilistiche contribuiscono a definire i personaggi e il contesto. Anche Milano ha un ruolo centrale nella storia, come fu per Parigi nel primo capitolo. La città meneghina viene rappresentata in tutto il suo splendore, per la gioia dei suoi abitanti e non solo.
Il Diavolo veste Prada 2 non è un film rivoluzionario e probabilmente non diventerà un cult come il suo predecessore, ma è un ottimo sequel celebrativo, divertente, elegante e capace di intrattenere senza sforzo, difficile da non apprezzare per chi è disposto a lasciarsi trasportare ancora una volta in questo mondo fatto di moda, ambizione e personaggi indimenticabili. Una prova perfetta del fatto che certi ruoli, quando sono costruiti così bene, non smettono mai davvero di essere attuali.


Rispondi