Nonostante l’ampio e inedito consenso di pubblico che ha accompagnato la carriera di Marco Bellocchio negli ultimi vent’anni, con film come Il traditore o la miniserie Esterno notte, sorprende quanto il regista di Bobbio sia rimasto assolutamente coerente con se stesso. Il successo critico e commerciale sembra non aver minimamente intaccato la visione cinica che, fin dai tempi de I pugni in tasca, ha contraddistinto la sua filmografia. Non fa eccezione questa nuova incursione nella serialità televisiva con Portobello, prima produzione originale italiana della piattaforma HBO Max.
Composta da sei puntate, la miniserie ripercorre gli eventi dell’infamante Caso Tortora, forse il più eclatante esempio di malagiustizia della storia italiana. Enzo Tortora, pioniere della televisione italiana, tra gli anni Settanta e Ottanta era il volto più celebre del piccolo schermo. Il programma di varietà Portobello rappresentava un appuntamento fisso per i telespettatori di tutta Italia che, il venerdì sera, si riunivano davanti alla televisione per assistere alla brillante conduzione del presentatore. Quella che sembrava una vita da sogno si trasforma tuttavia in un incubo quando Tortora viene arrestato con l’accusa di traffico di stupefacenti e associazione camorristica.
La televisione, e più in generale i media, come mezzi ipnotici: tale aspetto viene esplicitamente evidenziato nella scena dell’ipnotizzatore in grado di bloccare le mani degli spettatori anche attraverso il tubo catodico. È proprio attorno a questo fulcro che ruota l’intera serie. La capacità dei mezzi di comunicazione di massa di influenzare il pensiero collettivo diventa il vero centro tematico del racconto. Lo stesso strumento capace di ammaliare con balli e canzonette possiede anche il potere di alterare radicalmente il giudizio su cose e persone. Così, da un giorno all’altro, anche il volto più rassicurante dello spettacolo italiano può trasformarsi in quello di un mostro, sbattuto in prima pagina.
È proprio il film Sbatti il mostro in prima pagina del 1972 con protagonista Gian Maria Volontè a presentare i maggiori punti di contatto con la serie. La manipolazione dell’informazione descritta in quella pellicola viene qui traslata nella cronaca autentica, evidenziando come lo status possa prevalere sulla ragione e sulla presunzione d’innocenza. Bellocchio insiste sulla caricaturizzazione degli attori in scena, che diventano a tutti gli effetti maschere, muovendosi come Pulcinella in quell’enorme teatro che è la televisione, dove il concetto stesso di vero e falso perde progressivamente significato.
Ne emerge un circo degli orrori che, più che paura, suscita rabbia, proprio in virtù dell’autenticità dei fatti narrati.


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