Un oggetto antico (preferibilmente di stampo pagano) che evoca un maligno portatore di morte o la morte stessa. A rimetterci sarà il gruppo di adolescenti a cui la malasorte ha fatto trovare il manufatto. È una dinamica vista in una gran quantità di horror, dove a variare è solo la natura dell’oggetto e il tipo di entità evocata. Con Whistle – Il richiamo della morte si sceglie un fischietto maya che evoca la propria morte (chi sente il fischio raggiunge immediatamente l’età, l’aspetto e le condizioni di salute che avrà al momento del suo decesso previsto originariamente dal destino).

Il concetto di provocare la Morte inoltre richiama inevitabilmente il filone rappresentato della celebre saga di Final Destination, da poco tornata alla ribalta grazie all’uscita del sesto capitolo. Purtroppo a Whistle manca l’elemento fondamentale che ha portato al successo quei film: l’autoironia consapevole.

Infatti Whistle da un lato non ha alcuna verve nel mettere in scena le sequenze di morte (tutte uguali e, come detto, prive di macabra autoironia), rinunciando quindi al divertimento dello spettatore nel vedere la creatività delle uccisioni, dall’altro non affronta nessuna reale tematica psicologica o sociale, come vogliono fare i cosiddetti “elevated horror”. 

Il risultato è l’ennesimo horror insipido, uguale a molti altri dello stesso stampo. Non c’è nulla da dire che non sia già stato detto di molti altri epigoni del genere. Dai jump scare prevedibili ai personaggi totalmente piatti (spiace vedere come protagonista Dafne Keen, diventata famosa con Logan, oltre che Nick Frost in un banale e superfluo ruolo secondario), passando per dei dozzinali effetti digitali, è presente tutto il repertorio degli horror più pigri che popolano le sale da una quindicina d’anni.

Purtroppo non vi è altro da aggiungere alla discussione, come questo film non aggiunge nulla al genere. Nemmeno dal punto di vista di un involontario divertimento trash, totalmente assente.

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