Amélie è una bambina di tre anni, figlia di un diplomatico belga, nata in Giappone. Fin dai primi momenti di vita si affaccia sul mondo con un pensiero quasi filosofico, cogliendo con meraviglia tutto ciò che la circonda.
Questo avviene in modo particolare attraverso il rapporto privilegiato e di complicità che si instaura con Kashima-san, giovane domestica al servizio nella casa di Amélie.

Tratto dal romanzo semi-autobiografico di Amélie Nothomb “Metafisica dei tubi”, il film – opera prima di Maïlys Vallade e Liane-Cho Han Jin Kuang – mette in scena un incontro armonico tra Oriente e Occidente: tale incontro si manifesta non solo sul piano narrativo, ma soprattutto su quello artistico, caratterizzato da un uso acceso dei colori che restituisce efficacemente il punto di vista della bambina protagonista.

In questa armonia tra la visione nipponica e europea appare chiaro il sincero omaggio che il film dedica al cinema di Isao Takahata: l’unione tra le due dimensioni richiama infatti uno degli elementi centrali della filmografia del regista – tra i fondatori dello Studio Ghibli – ponendo particolare attenzione alla rappresentazione dell’infanzia.

Così come nel cinema del maestro giapponese, anche in “La piccola Amélie” lo sguardo innocente dei bambini, costantemente rivolto alla scoperta, si contrappone alla visione complessa e spesso cinica del mondo adulto.
La capacità di esprimere la complessità di questa dicotomia con grande delicatezza colloca il film tra gli esordi animati più interessanti degli ultimi anni.

L’attenzione ricevuta, in vista anche di un eventuale candidatura agli Oscar, sottolinea ulteriormente come l’animazione europea, dopo il grande riscontro ottenuto lo scorso anno da “Flow”, stia attraversando una stagione particolarmente florida.

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