È nelle sale solo da pochi giorni, eppure il terzo capitolo della saga fantascientifica creata da James Cameron ha già scatenato grandi dibattiti: tra le consuete critiche, ormai alla stregua di meme, sull’eccessiva semplicità dell’intreccio narrativo o alla formula ormai ritenuta stantia e ripetitiva.
Sarebbe intellettualmente disonesto negare la presenza di alcune crepe: è indubbio infatti che vengano introdotte tematiche e personaggi che non trovano pieno compimento, come la nuova antagonista, la Na’vi Varang, introdotta efficacemente come nuova grande minaccia (ottima la presenza scenica), messa però da parte nel confronto finale. In generale manca la sensazione di una qualsiasi chiusura, dovuta alla volontà di proseguire con almeno altri due capitoli.
I temi introdotti (a fianco delle immancabili critiche al capitalismo sfrenato e alla distruzione dell’ambiente) funzionano solo in parte: molto interessante il discorso sull’elaborazione del lutto e il superamento del dolore, mentre non viene sfruttato appieno quello relativo alla crisi di fede, rimandato forse ai prossimi film.
Eppure per chi scrive è difficile, se non impossibile, non rimanere ancora affascinato dall’epopea di Cameron perché, al netto di tutto, questa saga conserva ancora la sua essenza primigenia di grande spettacolo visivo e immersivo, uno dei pochi baluardi rimasti di un cinema in via di estinzione. Un cinema in cui ogni dettaglio di messinscena è curato al millimetro. Ancora una volta ci sorprendiamo a dubitare che quelle rocce, quegli alberi, quell’acqua siano davvero solo immagini create da un computer. Ancora una volta chiudiamo di scatto gli occhi quando uno schizzo d’acqua viola i confini dello schermo grazie a un 3D immersivo come non mai.
In un periodo in cui si cerca di rinchiudere i film nel riquadro di un cellulare e nella durata limitata di un TikTok non si può non ammirare la battaglia (senza speranza?) di un autore che ancora crede nella potenza di uno schermo gigante sfruttato in ogni sua parte.


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