DAU è uno dei progetti più folli mai visti al cinema. Il regista Ilya Khrzhanovsky ha creato una vera e propria esperienza di vita per gli attori, costruendo una gigantesca installazione (denominata Institute) per rappresentare la struttura dentro cui, durante la Seconda Guerra Mondiale, vari fisici lavorarono nel tentativo (fallito) di creare l’atomica prima degli Stati Uniti. Nel corso di vent’anni sono state girate centinaia di ore di filmato, coinvolgendo personalità di ogni tipo (che hanno vissuto sul set come se fossero realmente negli anni in cui si svolge la storia) e dando vita a ben 14 lungometraggi.
Quello presentato a Venezia 83 si concentra su uno di quei fisici (il Dau che dà il titolo all’intera operazione) che lavorò per anni in quell’istituto. Nei decenni che coprono la narrazione (dipanati in un mastodontico minutaggio di oltre 3 ore, con intervallo) vediamo rappresentate sia le contraddizioni umane dello scienziato (tanto geniale in laboratorio, quanto sregolato nei rapporti umani) sia del governo russo (ben lontano dai valori di libertà di cui si dichiara portatore in contrapposizione all’occidente capitalista).
Il maggior punto di forza di DAU sta indubbiamente nella sua messinscena: il film non risparmia nulla allo spettatore, permettendosi di mostrare sequenze a volte cariche di erotismo (i nudi integrali abbondano), altre volte sporche e violente (nessuna remora nel mostrare scene di torture, scenografie sporche e persino deiezioni corporali). Quest’impianto tutt’altro che patinato costituisce un’ottimo contraltare a Oppenheimer, il quale, essendo un prodotto hollywoodiano, si presentava con una messinscena sommariamente più pulita.
Dopo una prima parte più convincente, il film perde compattezza nella seconda, accartocciandosi in un lungo ciclo di sequenze ridondanti che rimarcano continuamente concetti già ottimamente rappresentati nella prima metà. Il tutto diventa paradossale nell’epilogo, che introduce una tematica interessante, mostrando come i cambi di governo non impediscano il continuo ripetersi delle stesse nefandezze, per poi sbrogliare il tutto in maniera sbrigativa. Dato che il girato per questa parte finale avrebbe portato il tutto a durare sei ore, non sorprende la presenza di tagli, tuttavia non si spiega perché tornare più volte su dinamiche già mostrate (quante volte è necessario ricordarci che Dau è un fedifrago?) piuttosto che approfondire quell’ultima parte.
Un disequilibrio che spiazza e rende DAU un film da vedere, ma in cui, a conti fatti, l’affascinante retroscena produttivo prende il sopravvento su una resa complessiva non del tutto calibrata.


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