Ambientato nel 1973, Wild Horse Nine segue la storia di Chris (John Malkovich) e Lee (Sam Rockwell), due veterani della CIA coinvolti nelle operazioni clandestine americane in Cile, nei mesi che precedono il colpo di Stato contro il governo democraticamente eletto di Salvador Allende. I due vengono mandati sull’Isola di Pasqua, apparentemente per una pausa dai loro incarichi, ma il viaggio nasconde secondi fini tutt’altro che rilassanti. Chris, ormai anziano, malato e sempre più soggetto a vuoti di memoria, comincia infatti a manifestare una certa insofferenza nei confronti del proprio passato, arrivando a progettare la pubblicazione di memorie che potrebbero mettere in difficoltà l’agenzia. Tra vecchi segreti, operazioni discutibili e conversazioni tanto assurde quanto solo apparentemente strampalate, il soggiorno si trasforma progressivamente in un confronto introspettivo con le conseguenze di una vita trascorsa al servizio della violenza.

Martin McDonagh torna a esplorare quel territorio cinematografico a lui tanto caro, fatto di violenza e malinconia che convivono in un equilibrio affascinante, dando vita a una black comedy che, pur muovendosi sullo sfondo di vicende politiche e storiche tutt’altro che secondarie, preferisce concentrarsi sui suoi protagonisti. La CIA, il clima della Guerra fredda e le responsabilità dell’interventismo americano diventano così parte di una riflessione più ampia sul potere e sulla difficoltà di fare i conti con le proprie azioni. Il regista decide di optare per un approccio tutt’altro che didascalico e banale: la materia viene infatti affrontata attraverso dialoghi al vetriolo, divagazioni surreali e un umorismo spiazzante e politicamente scorretto, capace di strappare più di una risata anche quando ciò di cui si parla è profondamente inquietante.

È proprio questa capacità di passare continuamente da un registro grottesco a uno drammatico, talvolta nel giro di pochi istanti, a rendere particolarmente riuscita la regia e la sceneggiatura: McDonagh dimostra infatti ancora una volta di saper gestire tempi, silenzi e cambi di tono, senza perdere mai di vista il percorso emotivo dei suoi personaggi, in maniera molto simile a quanto fatto nella sua opera precedente, Gli Spiriti dell’Isola.

Anche in questo caso, infatti, il vero motore del film è rappresentato dall’azzeccatissima coppia di protagonisti formata da Malkovich e Rockwell. Il primo offre una prova notevolissima, dando a Chris un carattere volutamente ambiguo e istrionico, dietro il quale affiorano però gradualmente fragilità, paure e rimpianti. Rockwell gli fa da perfetto contrappunto, alternando insofferenza e umanità nel rapporto con il collega e amico. La loro intesa è fondamentale per la riuscita dell’insieme e restituisce credibilità a un’amicizia costruita su decenni di complicità, segreti e compromessi.

Wild Horse Nine accompagna lo spettatore all’interno di un universo di personaggi moralmente discutibili, ma probabilmente proprio per questo irresistibili e divertenti, oltre che ricchi di sfumature. Il risultato è un’opera brillante, infarcita di black humour e dai risvolti tristemente e amaramente attuali e toccanti, che conferma la grande abilità e sensibilità di McDonagh nel raccontare storie di uomini incapaci di sottrarsi alle conseguenze delle proprie scelte.

Lascia un commento

IL CONSIGLIO DEL GIORNO

ICE CREAM MAN di Eli Roth

Che parabola discendente ha avuto Eli Roth… Nel novero dei registi horror emersi nel primo decennio degli anni Duemila, il cineasta americano era fra quelli che maggiormente erano riusciti a distinguersi, tanto da contribuire, insieme a James Wan, all’inaugurazione di una nuova stagione per il genere. La violenza esplicita, ma…

Continua a leggere

Designed with WordPress