Ma gli androidi sognano “pecore in una scatola”?
Con il suo diciottesimo film, Hirokazu Kore-eda si approccia per la prima volta alla fantascienza, amalgamando la pacata quiete dello slice of life, distintivo del suo cinema, con il racconto futuristico.
Presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes, Sheep in the Box torna così su alcune delle tematiche care al regista, a partire da un’idea di famiglia che travalica il semplice legame di sangue. Il problema è che, nel tentativo di fondere due mondi apparentemente distanti, Kore-eda finisce per lasciare la fantascienza sullo sfondo, riducendola a poco più che un espediente narrativo.
In un futuro a noi molto prossimo, le ricerche nel campo della robotica hanno raggiunto un livello tale da permettere la creazione di veri e propri simulacri umani. Otone e Kensuke, da poco più di un anno, hanno perso il proprio bambino. Incapaci di sopportare il dolore del lutto, decidono di rivolgersi a un’azienda specializzata nella creazione di androidi identici agli esseri umani, capaci di sostituire una persona cara. Nonostante un’iniziale titubanza, il piccolo robot finisce per prendere il posto del figlio, portando però anche a interrogarsi sulla propria esistenza.
Se le premesse potrebbero evocare alla mente A.I. – Intelligenza Artificiale di Steven Spielberg è proprio perché sono le medesime. Ma è proprio nel confronto con il film del 2001 che emergono alcune delle principali debolezze dell’opera di Kore-eda. Se nel film di Spielberg, ereditato da Kubrick, la fantascienza è funzionale e perfettamente integrata alla rielaborazione della fiaba di Pinocchio messa in piedi dal regista americano, in Sheep in the Box il genere sembra invece ridursi a un semplice strumento attraverso cui affrontare tematiche già care al regista. L’universo futuristico non viene realmente esplorato: al di là della presenza degli androidi, il mondo rappresentato appare sostanzialmente identico al nostro, senza che la tecnologia sembri aver prodotto conseguenze significative sulla società.
Nel corso del film ritorna più volte la lezione impartita dalla madre architetto: due materiali, per quanto diversi e apparentemente incompatibili, possono trovare un’inaspettata alchimia. È proprio questo il principio che Kore-eda sembra voler applicare alla propria opera, mettendo in dialogo fantascienza e slice of life; purtroppo questo spunto non viene portato a compimento, finendo per mantenere i due elementi essenzialmente ben distanti, senza riuscire davvero a valorizzarsi a vicenda. Così quella che avrebbe potuto essere una stimolante contaminazione di generi si trasforma in uno degli esperimenti meno riusciti della carriera del regista giapponese.


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