Una figura difficile da trovare nella cinematografia contemporanea è quella del regista di genere. È comune vedere registi spaziare in generi diversi, soprattutto perché alcuni, l’horror in particolare, sono tipicamente usati come trampolino di lancio per produzioni più grandi. Basti pensare ai vari registi passati da horror a basso costo a blockbuster miliardari (su tutti James Wan).
Un’eccezione è Oz Perkins, attore e regista (figlio del celebre Anthony Perkins) che dal 2015 continua a dirigere film horror, senza alcuna apparente intenzione di cambiare tipologia di film. La sua ultima fatica è Keeper – L’eletta, folk horror ambientato in un’unica location. Nello specifico, si parla di una baita nel bosco in cui alloggiano Malcom e Liz, fidanzatini che si vogliono godere un weekend per celebrare il loro primo anniversario. Per la povera Liz la vacanza porterà a inquietanti e inattese rivelazioni sulla sua apparentemente felice storia d’amore.
La dinamica legata ad una coppia disfunzionale era già stata affrontata pochi mesi fa dall’ottimo Together di Michael Shanks, ma qui viene trattata in modo diverso: in questo caso, infatti, non si tratta di un rapporto tossico da parte di entrambi i componenti della coppia, ma di segreti nascosti da uno dei due a sfavore dell’altro e la loro progressiva scoperta. Il tutto condito da un’atmosfera claustrofobica dovuta all’isolamento in baita.
Il territorio delle relazioni personali/famigliari segnate da segreti, problematiche o traumi irrisolti è inoltre tipico della filmografia di Perkins. Purtroppo Keeper eredita anche i problemi tipici di questo regista, ovvero la scarsa capacità di affrontare efficacemente i suoi stessi spunti.
Il film, come accade spesso con progetti simili, cerca di costruire una tensione basata su segnali di qualche elemento sovrannaturale, prima sporadici, poi via via sempre più frequenti, in attesa del climax finale. Tali segnali sono però estremamente fini a se stessi e non si riesce a restituire la sensazione di degenerazione graduale degli eventi, anche perché manca la costruzione narrativa dell’apparente idillio iniziale, che poi dovrebbe aumentare il dramma della scoperta.
Si ottiene così un horror spento e con poco mordente, simile a tanti altri esponenti del genere, che spicca solo per un buon design delle creature finali.


Rispondi