In quindici anni la casa di produzione statunitense A24 è stata in grado di delineare un’identità molto personale, inserendosi in una posizione di spicco nel panorama del cinema indipendente: basti pensare al contributo dato al cinema horror e al suo ruolo nella definizione del cosiddetto “elevated horror”.

Tuttavia, quella stessa identità estetica e autoriale che le ha permesso di distinguersi è anche ciò che negli ultimi anni sta mostrando il fianco a un manierismo lezioso, evidenziando quanto il compiacimento estetico possa rischiare di prevalere su un’effettiva ricerca artistica.

In questo contesto si inserisce Se solo potessi, ti prenderei a calci, secondo film della regista e attrice Mary Bronstein, che torna alla regia ben diciassette anni dopo il suo esordio. Mentre il marito è assente per lavoro, Linda è costretta a badare da sola alla figlia, dividendosi tra il lavoro di psicologa e le attenzioni mediche di cui la bambina necessita. Quando il soffitto del salotto cede, formando un enorme buco, le due sono costrette a trasferirsi temporaneamente in un motel. Le molte difficoltà che la donna dovrà affrontare rischiano di influire sulla sua salute mentale.

L’intento della Bronstein di immergere lo spettatore in un racconto introspettivo appare chiaro, dando forma attraverso le immagini alle ansie e alle frustrazioni di una donna sola. Sfortunatamente questa dichiarata intenzione finisce per dirottare la pellicola dai toni claustrofobici verso il racconto farsesco. Il risultato appare un pò sopra le righe, passando dalla prospettiva di una donna sull’orlo di una crisi di nervi a quella di un intero mondo che finisce per apparire ingiustificatamente schizofrenico.

Inoltre, come spesso accade nel cinema contemporaneo, invece di suggerire un concetto, permettendo così che penetri più sottilmente nella mente dello spettatore, il film preferisce urlarlo con forza. Questo avviene attraverso l’utilizzo di metafore la cui simbologia fin troppo manifesta finisce per estraniare lo spettatore dalla visione. Emblematica, in tal senso, è la voragine nel soffitto come espressione del vuoto che si è aperto nell’animo della protagonista.

Una manifestazione, forse, dell’esigenza da parte della A24 di uscire da quella dimensione standardizzata nella quale è progressivamente caduta, per tornare a quella freschezza estetica che l’aveva distinta nei primi anni di attività.

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