Frankenstein era certamente uno dei titoli più attesi di tutto l’anno cinematografico.

Atmosfere gotiche e decadenti fanno da eco a una riflessione non solo sul potere e il confine da attribuirgli ma anche sulla diversità e l’imperfezione come generatrice di bellezza e vita, tematiche non estranee al cinema di Del Toro il quale, così come in Pinocchio (2022), sceglie di raccontare attraverso la poesia delle sue immagini la magia della vita infusa per mano della bramosia e smania dell’uomo, con tutte le implicazioni che può generare.

Dentro ognuno di noi abita un mostro e questo Guillermo lo sa molto bene: uomo e mostro sono due facce della stessa medaglia, uguali ma diverse, condannate a convivere per sopravvivere perché in ognuna di loro vive l’anima dell’altro. Da qui l’esigenza di affidare il ruolo della creatura alla giovane e piacente star sulla cresta dell’onda hollywoodiana Jacob Elordi, un chiaro tentativo di fornire al personaggio una verosimiglianza e dimensione quanto più umana possibile che si distanzia molto dall’immagine tradizionale che siamo abituati ad associarne, peccando però di eccessiva estetizzazione.

La cura del dettaglio è insita in ogni frame, le inquadrature creano un quadro in movimento dalla fotografia inconfondibile, è evidente quanto tutta la messa in scena sia stata studiata nel minimo dettaglio. Del Toro, rispetto all’opera di Shelley, decide di dividere la pellicola in due parti che corrispondono rispettivamente ai due punti di vista di Victor e della creatura: una scelta rischiosa che però viene supportata da una buona sceneggiatura che ha saputo creare un dialogo tra queste macro strutture narrative e che contribuisce alla capacità di empatizzare nei confronti dei personaggi.

Frankenstein diventa così un microcosmo dove potersi specchiare e riconoscere che evoca una serie di tematiche sempre attuali come il rapporto di prevaricazione tra padre e figlio, le dinamiche tra creatore e creatura, la lotta dei sentimenti contro la razionalità, la vittoria del perdono sulla vendetta.

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