Aaron Sorkin ha vinto l’Oscar alla Miglior sceneggiatura per il film su Facebook The Social Network. Era il 2010, il film che fu diretto da David Fincher e Mark Zuckerberg era interpretato da Jesse Eisenberg. Il materiale per parlare di Facebook e del suo fondatore era tanto già in quell’anno, ma nel 2026 abbiamo tra le mani, oltre alle inchieste giornaliste a cui si è ispirato il film, anche la nostra esperienza personale con le piattaforme di Meta; possiamo dirlo, qualcosa si è rotto. Da qui nasce The Social – Il prezzo della verità, erede spirituale del film di Fincher, di cui Sorkin questa volta è anche regista.

Ambientato tra il 2019 e il 2021, il film segue l’uscita dei cosiddetti Facebook Papers, una serie di articoli sul Wall Street Journal sulle scelte scellerate della compagnia di Mark Zuckerberg per poter mantenere alto l’engagement sulla piattaforma, portata avanti da Jeff Horwitz, grazie alla collaborazione della whistleblower Frances Haugen.

Da una parte possiamo apprezzare la volontà di ricostruire l’inchiesta giornalistica sulle pratiche più preoccupanti adottate dai social di Mark Zuckerberg (tra cui la più discussa del film, la radicalizzazione), tuttavia le scelte di sceneggiatura portano il film a essere più una storia di rivalsa di un’underdog idealista. Frances Haugen, interpretata da Mikey Madison, è l’unico personaggio di tutto il film con uno spessore (fa eccezione Mark Zuckerberg, ma è difficile capire dove finisca la sceneggiatura e inizi l’interpretazione di Jeremy Strong e dove invece cominci la percezione che abbiamo del personaggio reale). Si tratta di una prova attoriale convincente di Mikey Madison: il suo personaggio non ha niente dell’Anora che le ha fatto vincere l’Oscar come Miglior Attrice e risulta credibile come introversa nerd dei dati.

Jeff Horwitz, interpretato da Jeremy Allen White, è invece un’occasione sprecata. Oltre a non sapere chi sia, il suo coinvolgimento nella stessa inchiesta sembra discutibile, perché passa il tempo a riportare le frasi e i file di Frances, prendersi un sacco di insulti da lei, ma soprattutto non vediamo alcuno sforzo da parte sua in questa inchiesta (cosa che invece vediamo negli stagisti), ad eccezione della fortuna di aver agganciato Frances come fonte. Jeff Horwitz, ricordo, ha vinto il Pulitzer con questa inchiesta. Non parliamo poi della battuta, detta da un altro personaggio giornalista non sviluppato del film: “Scendiamo in campo negli ultimi due minuti del giornalismo su carta”; però Jeff vive in un hotel a quattro stelle a San Francisco usando ogni sera il servizio in camera, tutto spesato dal Wall Street Journal!

Io capisco che lo scopo di un film sul giornalismo sia di mostrare la professione più che la persona: viene mostrata l’integrità e la spinta a voler portare a galla la verità… però si tratta comunque di un film. Jeff è il giornalista di questa inchiesta, ma manca la volontà di raccontarlo ed è qui che la pellicola perde qualcosa.

Il ritmo del film è ottimo e non fa abbioccare neanche quando comincia a parlare di algoritmi (merito del montaggio di Alan Baumgarten). Riesce anche a generare momenti di suspense che funzionano, ma manca una regia riconoscibile. Sicuramente la scena del prologo è una di quelle che rimangono più impresse di tutto il film insieme a quella nel terzo atto nella Situation Room di Facebook – non faccio spoiler, ma potete capire di cosa si tratta.

Infine, mi domando quale sia effettivamente l’intento del film. Come già detto, c’è qualcosa che stona nella rappresentazione dell’inchiesta giornalistica, perché focalizzata troppo sulla figura di Frances e meno sul lavoro al giornale e soprattutto finisce in un modo che non esiterei a definire “furbo”.

Il film vuole farci credere che quest’inchiesta abbia cambiato qualcosa, ma noi in questo mondo ci viviamo… non è cambiato niente, anzi! Le piattaforme Meta sono peggiorate dal 2021 e sono ancora una volta menefreghiste dei danni che possono causare, non prendendo misure contro fenomeni sempre più all’ordine del giorno, uno fra tutti l’AI. L’emozione principale che questo film suscita è la rabbia. Viene dunque spontaneo chiedersi: non è che questa pellicola cerca di creare engagement nello stesso modo in cui lo crea Facebook, perché proprio la rabbia è l’unica cosa che vende?

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