La peculiarità di Digger, ultimo film di Alejandro G. Iñárritu, è il fatto di non essere, almeno in parte, quello che ci si aspetta. Affidandosi infatti al solo materiale marketing diffuso prima della sua uscita in sala, la pellicola potrebbe sembrare una commedia grottesca costruita intorno all’interpretazione istrionica di Tom Cruise. Per certi versi ciò corrisponde al vero, ma un particolare risvolto di trama pone il film sotto una luce differente, cogliendo lo spettatore di sorpresa.

Sono circa dodici anni che Iñárritu non si cimenta con la satira, da quando Birdman dominò la stagione 2014/2015, portandosi a casa ben quattro Oscar. I punti di contatto che legano queste due pellicole del regista messicano potrebbero non limitarsi al solo genere di appartenenza: se nel primo il bersaglio era il sistema industriale hollywoodiano, colpito attraverso una satira ironica e irriverente, con Digger il cineasta alza lo sguardo verso il contesto geopolitico contemporaneo, adottando un’ottica apocalittica. In linea con quanto già realizzato da altri registi, basti pensare a Don’t Look Up di Adam McKay, Iñárritu decide di utilizzare la commedia per guardare con cinismo alla deriva del capitalismo estrattivo e alla crisi del nostro presente, virando il tutto verso una visione estremamente fatalista. Peccato che ciò avvenga all’interno di un’opera dove, come spesso accade nel cinema di Iñárritu, la forma finisca per sovrastare la sostanza.

Ignorando i ripetuti avvertimenti da parte del suo team di esperti, Digger Rockwell (Tom Cruise), grande magnate del petrolio, causa un incidente presso una delle sue basi di trivellazione ed estrazione in Alaska. L’evento darà il via a una reazione a catena che rischia di portare il mondo alla rovina. Incalzato dal Presidente degli Stati Uniti, sarà lo stesso Digger a dover trovare una soluzione al disastro causato dalla propria scellerata ottica capitalistica.

Ciò che è sempre mancato ad Alejandro G. Iñárritu è il senso della misura. Sia chiaro, non è di per sé un peccato che un regista abbia un’alta opinione di sé e del proprio lavoro. Tuttavia, nel momento in cui la hybris ingloba e si sostituisce al film stesso, il discorso comincia a cambiare. È così che anche un progetto potenzialmente interessante come quello messo in piedi per la realizzazione di Digger finisce per risultare più fumo che arrosto. Iñárritu opera sul film su più piani, attraverso una costruzione narrativa a scatole cinesi atta a stupire lo spettatore e a porlo davanti a un continuo momento di straniamento. È proprio in questa suddivisione in strati che risiede l’elemento di maggior fascino del film. Ciò che manca, tuttavia, è un’adeguata diversificazione visiva che agevoli il passaggio del pubblico da un piano all’altro. In ciò non aiuta, per una volta, la fotografia di Emmanuel Lubezki, il cui stile, fortemente legato all’utilizzo della luce naturale, mal si amalgama con una pellicola giocata su un perenne senso di artificio e di costrutto “teatrale”. La contraddizione è significativa: Iñárritu costruisce un film in cui la teatralità dovrebbe essere parte integrante della sua struttura, ma non sempre trova una forma visiva capace di renderne immediatamente leggibili i diversi livelli.

Allo stesso tempo, l’interpretazione di Tom Cruise, sulla quale si è tanto spinto in fase promozionale, si riduce nella sostanza a un one man show, finendo a tratti per riproporre una versione diluita e decisamente più scialba del suo Les Grossman in Tropic Thunder. Tale prova da parte di Cruise, così eccessiva ed esagerata, rispecchia in qualche modo l’approccio che Iñárritu possiede nei confronti del cinema: la tela bianca sulla quale imprimere il proprio immaginario viene sostituita da un palco (termine non casuale) sul quale ostentare un gigantismo registico che tuttavia non riesce a reggere il peso del proprio lirismo.

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