Torna in pista Jules Maigret, famoso commissario della letteratura francese, già trasposto diverse volte tra cinema e televisione (famosa in Italia è la versione impersonata dal grande Gino Cervi). A dargli il volto in questo caso è Denis Podalydès (visto in La moglie del presidente), per la regia di Pascal Bonitzer (regista di Alibi e sospetti).
Tratto dal romanzo Maigret e gli aristocratici, il film segue il caso dell’omicidio dell’ex diplomatico Berthier-Lagès. Durante le indagini Maigret dovrà destreggiarsi tra amanti (più o meno) segrete, famiglie solo apparentemente in buoni rapporti e soprattutto il rifiuto del futuro in favore di un attaccamento al passato. Proprio questo è il principale nucleo tematico del film. Questo nuovo Maigret è un uomo che si muove in un contesto che sente non appartenergli troppo: il rifiuto di possedere un cellulare (siamo nei primi anni Duemila) è emblema di questo atteggiamento, che fa da specchio alle famiglie conservatrici con cui il commissario ha modo di confrontarsi nel corso dell’investigazione.
Anche la messinscena, asciutta e teatrale, basata prevalentemente sui dialoghi e con poche scenografie ricorrenti, appare come un rigetto del giallo moderno, contraddistinto da un ritmo molto più veloce e location sfavillanti (come vediamo nei Cena con delitto – Knives Out di Ryan Johnson o nel moderno Poirot di Kenneth Branagh). In questo troviamo sia il punto di forza che il punto debole dell’operazione: in base a quella che è la sensibilità dello spettatore ci si troverà o ad apprezzare un giallo più basato sulla calma che sulla frenesia o a trovare pesante una storia che si dipana in appena un’ottantina di minuti.


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