Diretto da Cédric Kahn e presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, il 15/18 del titolo indica il reparto di psichiatria dedicato ai ragazzi tra i 15 e 18 anni. All’interno, c’è un piccolo mondo fatto di ragazzi inquieti e alla ricerca di affetto e dallo staff che cerca ogni giorno di dare loro le cure migliori. Sullo sfondo, il cameratismo dei medici che affrontano ogni giorno le difficoltà umane.
I disturbi psichiatrici sono rappresentati nei modi più disparati: non sono legati solo a un ambiente famigliare insalubre e inadatto (seppure è stata rappresentata anche questa realtà), ma vediamo anche ragazzi con squilibri chimici e che hanno bisogno di pillole per regolare la situazione o che vivono un malessere in seguito a uno specifico abuso.
È nei momenti in cui l’intero giovane cast si ritrova a pranzo e si scambia dialoghi rapidi e provocatori che emerge tutta la vivacità della vita da adolescente, mentre una mossa registica vincente è la rappresentazione dei ragazzi durante i colloqui con i genitori: i ragazzi vengono isolati da un’inquadratura fissa che esclude gli adulti, che spesso si comportano loro stessi da ragazzini, non comprendendo i drammi che i loro figli stanno vivendo. Sono i momenti più realistici e carichi di pathos del film e anche quelli che restano più impressi.
La pellicola si colloca all’interno di un filone drammatico molto presente nel cinema francese, ma 15/18 è in grado di non essere scontato grazie al realismo e alla tenerezza nel rappresentare i personaggi, almeno fino a quando non subentra un triangolo (della tipologia più vecchia del mondo). Nel finale, seppur sia chiaro l’intento, si perde il realismo creato fin dalle prime scene.


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