Il nuovo universo cinematografico DC continua ad allargarsi proseguendo verso una direzione ormai chiarissima: abbandonare completamente i toni dark dell’era Snyder per inseguire un immaginario più pop, scanzonato e più marcatamente fumettistico, figlio dell’influenza creativa di James Gunn. Infatti Supergirl sembra costruito proprio sul modello narrativo tanto caro al regista della trilogia dei Guardiani della Galassia: un road movie spaziale, un gruppo improvvisato di outsider, continui intermezzi ironici, colonne sonore ultra-pop, creature aliene coloratissime e dalle sembianze stravaganti e una protagonista emotivamente provata che nasconde il proprio trauma dietro sarcasmo, impulsività e alcolismo. Il problema principale però è che, pur assorbendo chiaramente il DNA di Gunn, il film non è diretto da lui e quindi non possiede né il controllo del tono generale, né la precisione registica necessaria per far convivere davvero tutte queste componenti nella pellicola. Craig Gillespie prova ad adattarsi a quella sensibilità senza però possederla a pieno.
Sulla carta il materiale era potenzialmente molto interessante: liberamente ispirato soprattutto alla miniserie a fumetti Supergirl: La Donna del Domani di Tom King e Bilquis Evely, il film segue Kara Zor-El (la cugina di Superman) mentre si ritrova trascinata da una giovane aliena in cerca di vendetta per la sua famiglia in un viaggio intergalattico tra mercenari, cacciatori di taglie e dispotici dittatori alieni. Già da queste premesse si intravede il tentativo della DC di espandere il proprio universo al di fuori del pianeta Terra, verso territori più legati alla space opera.
Kara è rabbiosa, disillusa e autodistruttiva: è una sopravvissuta che ha visto morire lentamente il proprio mondo abbastanza a lungo da conservarne ancora il trauma a differenza di Kal-El, che è cresciuto sulla Terra praticamente dalla nascita. Il film, almeno inizialmente, prova a raccontare una Supergirl meno iconica e più vulnerabile rispetto alle altre interazioni passate del personaggio, insistendo sul senso di alienazione e sulla rabbia repressa di una ragazza che non riesce davvero a sentirsi parte di nessun mondo. Ed è proprio qui che emerge l’aspetto migliore del progetto: Milly Alcock. Nonostante una sceneggiatura che non le permette di esprimersi al meglio, l’attrice ha un’ottima presenza scenica e riesce a infondere nel personaggio di Kara la giusta dose di fragilità e disillusione, ma anche grande forza e carisma.
Lo stesso discorso vale, almeno in parte, anche per Jason Momoa nei panni di Lobo. Il personaggio viene portato sullo schermo esattamente come ci si aspettava: uno spaccone, gradasso, eccessivo e volutamente sopra le righe. Il problema sta nel modo in cui il film utilizza continuamente Lobo per spezzare la tensione drammatica con gag che finiscono per banalizzare anche alcune delle scene più emotive. Inoltre il personaggio appare e scompare senza mai una vera ragione: se da una parte questa cosa ha senso vista la sua natura di “scheggia impazzita e incontrollabile”, dall’altra questo comporta un senso di straniamento nei confronti di quello che poteva essere, sulla carta, uno degli elementi più interessanti della storia. Sembra un personaggio proveniente da un altro film, infilato nella trama per generare hype e meme o ipotetiche future espansioni del franchise, più che per reale necessità narrativa.
La stessa cosa vale anche per i brevi camei di David Corenswet nei panni di Superman: servono soprattutto a ribadire la nuova identità del DC Universe, dando un senso di continuità e coerenza. Forse un maggiore approfondimento sul rapporto tra i due cugini avrebbe rafforzato il messaggio che il film cerca di trasmettere in merito alle loro differenze: Superman rappresenta l’eroe ideale, Supergirl invece è una figura molto più instabile e imperfetta, proprio a causa del suo passato. Sono infatti le sequenze ambientate durante la caduta di Krypton quelle più interessanti di tutto il film: forse in questo caso una origin story più approfondita su Kara sarebbe stata utile ed efficace per restituire maggiormente il background del personaggio, facendo percepire meglio al pubblico quali fossero le vere ragioni dietro al suo temperamento burrascoso e apatico.
Il vero limite dell’operazione è la sceneggiatura: colma di forzature, passaggi bruschi e soprattutto incongruenze narrative e logiche, fa sì che il film risulti l’ennesimo cinecomic “nella media”. Non “brutto”, ma nemmeno memorabile. A salvare l’operazione infatti ci pensano le interpretazioni dei protagonisti (con l’eccezione della giovane Eve Ridley nei panni di Ruthye, che non riesce mai a rubare la scena) e il comparto visivo. Le scenografie dei pianeti extraterrestri e le creature che li popolano hanno quel gusto pulp fumettistico da fantascienza anni Settanta, ma reinterpretato in chiave moderna. Peccato per un uso del digitale spesso eccessivo e non eccellente, come spesso capita in questo tipo di blockbuster.
Supergirl doveva essere una boccata d’aria fresca per la DC, una novità, proprio come furono i Guardiani della Galassia per la Marvel. Siamo lontani anni luce da quel livello. Resta il rammarico per alcune intuizioni interessanti, che però non vengono sfruttate al massimo delle loro potenzialità, soprattutto se si tiene in considerazione l’eccezionale qualità del materiale fumettistico originale della combo Tom King/Bilquis Evely.


Rispondi