Durante gli scavi in un cantiere nel cuore di Londra viene rinvenuta una bomba inesplosa risalente alla Seconda guerra mondiale, costringendo le autorità a isolare un’intera zona della città. Mentre l’attenzione pubblica e le forze dell’ordine convergono sull’emergenza, un gruppo di criminali mette in atto un colpo in un caveau di una banca. Queste sono le premesse di Fuze – Conto alla rovescia: da qui il film intreccia due macro linee narrative che procedono in parallelo per tutta la prima parte, per poi convergere in un meccanismo sempre più articolato e complesso nel secondo e terzo atto.
Ciò che funziona meglio nel film è proprio la sua idea di partenza. La costruzione della suspense e il ritmo serrato fanno sì che il pubblico si senta da subito nel vivo dell’azione. In questo senso il film dimostra inizialmente una forte consapevolezza dei propri obiettivi, ovvero intrattenere e mantenere alta l’attenzione dello spettatore e per gran parte della sua durata ci riesce. Purtroppo all’improvviso la bomba esplode e tutto cambia. La trama inizia a diventare sempre più imprevedibile e difficile da seguire: i continui tentativi di voler sorprendere lo spettatore a tutti i costi e in continuazione portano a una generale disaffezione verso il vero fulcro narrativo, che infatti dalla metà del film diventa quasi irriconoscibile rispetto alla premessa iniziale. La gestione dei colpi di scena si rivela in questo senso ambivalente: da un lato contribuisce a mantenere viva la curiosità e a evitare che la vicenda diventi eccessivamente prevedibile, dall’altro però si ha la sensazione che il film si affidi un po’ troppo alla continua introduzione di nuove svolte narrative (alcune decisamente forzate), come se temesse che la forza della premessa iniziale non fosse sufficiente a sostenere l’intera durata del racconto. Questa ricerca costante dell’effetto sorpresa finisce per togliere forza a un film che pur rimanendo divertente e adrenalinico, fa rimpiangere una continuità più canonica che avrebbe valorizzato meglio gli spunti narrativi.
La regia di Mackenzie riesce comunque ad alternare momenti tensivi e svolte impreviste con una dose ben misurata di ironia, che contribuisce ad alleggerire l’atmosfera senza trasformare totalmente il film in una commedia o una parodia di un thriller. Anche il cast molto ricco composto, tra gli altri, anche da Aaron Taylor-Johnson, Theo James e Sam Worthington contribuisce a dare credibilità ai personaggi, attraverso interpretazioni naturali e “materiche”, mai forzate o abbellite a favore di camera. Allo stesso tempo, è proprio nella caratterizzazione dei personaggi che emergono alcuni dei limiti del film: quasi tutti i protagonisti rimangono incasellati nel ruolo che svolgono all’interno dell’intreccio e raramente acquisiscono uno spessore che vada oltre la necessità narrativa del momento, senza possibilità di evolvere nell’arco della durata della storia.
Quel che resta alla fine della visione è un buon thriller, ben confezionato e intrattenente, ma non indimenticabile. Un vero peccato, visto che la premessa iniziale aveva grandi potenzialità.


Lascia un commento