Non c’era modo migliore per approcciarsi a una proprietà intellettuale come quella dei Masters of the Universe. Da diverso tempo esisteva l’intenzione di riportare al cinema la celebre linea di giocattoli targata Mattel che, negli anni Ottanta, ha segnato un’intera generazione. Tuttavia, dopo il grande insuccesso del film del 1987 prodotto dalla Cannon, con Dolph Lundgren nei panni del nerboruto He-Man, il brand è rimasto confinato per anni nella black list di Hollywood. Fino a oggi, quando ha trovato nel regista Travis Knight una nuova incarnazione cinematografica attraverso un film fresco e divertente, capace di cogliere tanto l’essenza originaria dei Masters quanto tutto ciò che, trasversalmente, nel corso del tempo, li ha resi un’icona pop.
Quando il regno di Eternia viene attaccato dalle forze di Skeletor, l’impacciato e sensibile principe Adam è costretto a fuggire sulla Terra attraverso un portale per proteggere la Spada del Potere, manufatto magico in grado di donare al possessore una forza straordinaria. Durante il viaggio, però, il bambino perde l’arma, ritrovandosi solo in un mondo a lui completamente sconosciuto. Quindici anni dopo, ormai adulto, Adam riesce a ricongiungersi con la Spada e a fare ritorno sul suo pianeta. Di fronte a un regno devastato dalle armate di Skeletor, dovrà riunire le ultime forze che ancora gli si oppongono e abbracciare il proprio destino come He-Man.
Un film giocattolo più che un film su un giocattolo. Recuperando la formula resa popolare da James Gunn con Guardiani della Galassia, tra commedia e space opera accompagnate da una colonna sonora fortemente ancorata agli anni Ottanta, Masters of the Universe dimostra di essere perfettamente consapevole della propria natura ludica, abbracciando un tono e un’estetica profondamente camp. Nato originariamente come risposta a Conan il Barbaro, il brand ha presto abbandonato la propria natura derivativa per sviluppare, soprattutto attraverso la serie animata della Filmation, un’identità più giocosa e scanzonata. Una consapevolezza che il film fa propria, rielaborando quell’immaginario che, anche attraverso i meme e la cultura di internet, ha continuato ad accompagnare i Masters nel corso degli anni.
In questa operazione risulta determinante la figura di Travis Knight. Presidente dello studio d’animazione Laika, il cineasta, già regista dei film in stop-motion Kubo e la spada magica e dell’imminente Wildwood, oltre che del blockbuster Bumblebee, dimostra ancora una volta di trovarsi perfettamente a suo agio con la materia. Il suo interesse per la tangibilità degli oggetti e dei personaggi si riflette nel gusto per il trucco prostetico, gli effetti pratici e una messa in scena che privilegia la fisicità rispetto all’artificialità digitale.
Tutto ciò si inserisce in una visione perfettamente coerente con il resto della filmografia del regista. Pur risentendo di una durata forse eccessiva rispetto all’avventura che propone (oltre due ore e venti minuti) Masters of the Universe è una pellicola divertente e divertita, capace di prendersi gioco del proprio universo senza mai sminuirlo. Un film nel quale traspare il profondo affetto di Knight per il mondo e i personaggi che porta sullo schermo, restituendo finalmente ai Masters una trasposizione cinematografica all’altezza del loro status di icona pop.


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