Sin dalla premessa e per buona parte della sua durata Ricchi… da morire – Delitti in famiglia dà l’impressione di avere tutti gli ingredienti per diventare una black comedy particolarmente efficace e stravagante, ma finisce per scegliere una strada più accomodante e senza particolari guizzi che la rendano una pellicola degna di essere ricordata. Il film di John Patton Ford risulta per questo motivo depotenziato rispetto alle sue reali possibilità: si esce dalla visione divertiti e discretamente soddisfatti, ma con la sensazione che il racconto avrebbe potuto osare qualcosa in più.

La storia segue Becket Redfellow (Glen Powell), un giovane cresciuto lontano dall’immensa fortuna della famiglia materna, dalla quale sua madre era stata esclusa prima ancora della sua nascita per volere di suo padre (il nonno del protagonista, interpretato da Ed Harris). Quando una serie di circostanze legate ad una clausola relativa all’eredità, gli fa intravedere la possibilità di rivendicare quella ricchezza, Becket inizia a percorrere un sentiero sempre più ambiguo, lasciandosi alle spalle scrupoli e principi morali, eliminando sistematicamente i suoi parenti che lo separano dal denaro. Ambizione e avidità accompagnano l’ascesa (o la discesa) del protagonista che, nel tentativo di correggere un’ingiustizia percepita, finisce gradualmente per assomigliare sempre più proprio alle persone che così tanto disprezza.

L’idea alla base del racconto è senza dubbio la sua componente più interessante: il film gioca continuamente con il punto di vista dello spettatore, invitandolo a seguire Becket e a comprenderne le motivazioni, coadiuvato anche dalla continua e pervasiva presenza della sua voce fuori campo. Il tutto funziona abbastanza bene soprattutto nella prima metà, quando la vicenda mantiene una certa imprevedibilità e i toni del thriller sono ben mixati con l’ironia e la comicità. Con il proseguire della narrazione, però, il meccanismo inizia a scricchiolare e diventare sempre più prevedibile, facendogli perdere lo slancio iniziale.

Il contributo di Glen Powell si rivela fondamentale per salvare il film da quella che avrebbe potuto essere una debacle totale, soprattutto grazie alla sua capacità di rendere Becket un personaggio affabile agli occhi dello spettatore anche quando le sue scelte diventano sempre meno difendibili, evitando al contempo che il protagonista scivoli nella caricatura. Glen Powell ha già ampiamente dimostrato di possedere un carisma naturale che gli permette di muoversi con disinvoltura tra i generi, in particolar modo tra la commedia e l’action-thriller. In questo caso, tuttavia, il personaggio da lui interpretato non raggiunge mai quella profondità o quella pericolosità che avrebbero potuto renderlo davvero memorabile. Si tratta quindi di una buona interpretazione, ma è anche l’emblema di un’opera che sembra trattenersi proprio nel momento in cui avrebbe potuto (e dovuto) spingersi oltre.

Accanto a Glen Powell, Margaret Qualley nei panni di Julia Steinway, la donna che scombussola i piani del protagonista, introduce quegli elementi di incertezza e manipolazione che mescolano le carte e rendono la trama più interessante. La sua ottima interpretazione rappresenta l’ennesimo elemento positivo di un film che avrebbe potuto davvero distinguersi nel panorama di black comedy poco riuscite a cui siamo stati recentemente abituati.

Ricchi… da morire – Delitti in famiglia vorrebbe analizzare con occhio satirico i privilegi dei ricchi e la fascinazione esercitata dal denaro, ma raramente la sua critica riesce davvero a risultare efficace. Tuttavia, il finale regala al pubblico un inaspettato colpo di scena che riesce anche a capitalizzare gli elementi satirici disseminati lungo la storia e fornisce una definitiva e spietata chiave di lettura dell’intero film.

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