Amarga Navidad è la nuova pellicola di Pedro Almodovar, il quale, dopo il successo di La Stanza Accanto, torna sul tema del confronto con la morte attraverso una storia che gioca sull’alternanza del piano della realtà con quello della finzione.
Raul è un regista sulla cinquantina che da cinque anni non riesce a girare un film per mancanza di ispirazione. Comincia a scrivere una nuova sceneggiatura proprio quando Monica, la sua prima lettrice nonchè assistente personale al suo fianco da vent’anni, si licenzia per raggiungere la compagna in grande difficoltà affidandolo alle cure amorevoli di Santi, il compagno dell’uomo di 15 anni più giovane. La sceneggiatura vede protagonista Elsa, una regista che dopo due film “di culto” che però non hanno avuto successo al botteghino, decide finalmente di tornare a scrivere un copione, attingendo dalle vite del suo compagno Beau e delle sue due amiche: Patricia, sposata con un uomo che (forse) la tradisce, ma che lei non si decide a lasciare e Natalia che vive una situazione drammatica con il figlio in fin di vita. Così fa anche Raul il quale, mentre costruisce la sua storia, pesca a piene mani dalla realtà quotidiana e dagli affetti che lo circondano mettendo a rischio la delicatezza dei suoi rapporti interpersonali.
Almodovar non si smentisce e crea un racconto autocitazionista all’interno del quale la metafora del regista in crisi creativa viene portata al suo estremo attraverso il parallelismo tra quotidianità reale e finzione scenica ponendoci di fronte al loro eterno conflitto, il quale si riverbera nella contrapposizione tra vita e morte, tema sempre centrale all’interno del suo cinema.
Anche in questa pellicola non mancano i suoi usuali toni iperrealisti che incorniciano ogni frame dando alla scena una cornice narrativa unica, arricchita dalle sue amate colonne sonore tensive hitchcockiane. Spazi, colori e tinte si sposano all’interno di una doppia storia dalla quale emergono, soprattutto le fragilità dell’essere umano nell’accettare la fine, che sia il termine di una relazione amorosa piuttosto che di un’esistenza stessa. Allo stesso tempo la sceneggiatura cerca di calcare la mano anche su una riflessione più microscopica che interessa la figura del regista attraverso il racconto le Raul e Elsa, due personaggi agli antipodi che probabilmente, nell’intento dello stesso regista, si configurano come due lati della stessa medaglia, quella del cinema: opposti nei loro successi e insuccessi ma ugualmente vampiri delle loro stesse stesse vite e da quelle delle persone a loro vicino, dalle quali assorbono spunti e situazioni per poi appropriarsene per il loro racconto di finzione. Emerge qui sicuramente l’intento di porre un accento attraverso la metafora dell’incontro-scontro tra finzione e realtà aprendo così ad una riflessione sull’autenticità di intenzioni e sentimenti e di come queste possano essere oggetto di manipolazione da parte di terzi nonchè di come un film può ribellarsi contro sé stesso, mettendo in discussione la sua stessa ragione di essere.
Il risultato è però manchevole in parte di una vera spinta che smuova la linearità narrativa dei due racconti che viaggiano quasi in parallelo, elemento che, al contrario, era uno delle fondamenta di “La stanza accanto”, la cui forza comunicativa stava, oltre che nel forte messaggio della pellicola, nella sua capacità di riempire i vuoti senza la necessità di doverli giustificare.
Almodovar d’altro canto è sempre meraviglioso nell’utilizzare il suo peculiare linguaggio cinematografico nel porre sulla bilancia tutte le fragilità e insicurezze umane senza la paura di mostrarle esattamente per ciò che sono. Giunto ormai alla sua ventiquattresima pellicola, il regista ci pone dinnanzi a una riflessione macro e microscopica sul ruolo del cinema e dell’atto creativo in un gioco di realtà e finzione che pone al centro la figura dell’artista e della sue libertà: fino a dove si può spingere nella ricerca della storia perfetta e qual è il prezzo da pagare per tale vampirizzazione?


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