Portare gli anime dal formato televisivo al cinema è ormai una prassi abituale, spesso sfruttata per raccontare storie parallele, non necessariamente interconnesse alla trama principale della serie e offrire una resa visiva più curata. Che si tratti di Detective Conan, Dragon Ball, Demon Slayer, Naruto, Pokémon, My Hero Academia o One Piece, tutti hanno avuto anche versioni per il grande schermo. Questa tipologia di film non canonici sono particolarmente diffusi, offrendo agli studi la possibilità di mostrare sul grande schermo un’animazione di livello più alto rispetto alla serie TV, resa possibile da budget più elevati. Tuttavia, That Time I Got Reincarnated As A Slime Il Film: Le Lacrime del Mare Azzurro, pur essendo un film non canonico, finisce per sembrare più uno speciale televisivo che una vera e propria esperienza cinematografica.
Ambientato tra la terza e la quarta stagione della serie, segue il Signore dei Demoni Rimuru Tempest (un tempo Satoru Mikami nel mondo umano, morto e reincarnato come slime in un mondo fantasy) durante una pausa rilassante con i suoi amici su un’isola-resort tropicale. Naturalmente, la tranquillità dura poco: l’incontro con una misteriosa donna di nome Yura e una minaccia legata al mondo marino trasformano rapidamente la vacanza in un nuovo conflitto.
Fin dai primissimi minuti l’animazione appare piatta, più simile appunto a un episodio televisivo esteso in termini di durata che a un vero e proprio film per il cinema. I movimenti dei personaggi spesso risultano rigidi anziché fluidi e in generale di nota una mancanza di dinamismo nelle scene: ad esempio, molti dialoghi si svolgono con i personaggi semplicemente seduti e immobili. Anche le sequenze d’azione appaiono poco incisive, con una CGI che anziché donare intensità risalta per contrasto, distraendo la visione dello spettatore. Questi difetti, insiti nella serialità televisiva animata, non si sposano con un prodotto pensato per il grande schermo, dove gli standard richiesti sono nettamente superiori. Basti pensare all’incredibile qualità delle animazioni del recente Demon Slayer: Kimetsu no yaiba – Il Castello dell’Infinito per comprendere come un prodotto possa integrarsi perfettamente in una serie animata, elevando al contempo il livello qualitativo per il grande schermo.
Dal punto di vista narrativo, il film non riesce mai a catturare fino in fondo l’attenzione del pubblico a causa di svolte prevedibili e una storia generale piuttosto semplice. I personaggi risultano quasi sempre monodimensionali e anche Gobta e Yura, che sono gli unici ad avere alcuni momenti in cui poter emergere, non hanno sufficiente presa per rendere il loro arco narrativo davvero significativo. Gli ultimi 30 minuti rappresentano sicuramente la parte migliore, proprio perché lì vengono concentrati tutta l’azione e il dinamismo, assenti per praticamente tutto il resto del film.
Un altro aspetto cruciale è la scarsa attenzione verso chi non conosce già la serie. Il lungometraggio dà per scontata una certa familiarità con personaggi e dinamiche, rendendo difficile l’ingresso ai nuovi spettatori, nonostante un incipit che funge proprio da riassunto per i novizi, veramente troppo veloce e condensato per consentire un adeguato inserimento nel mondo fantasy che viene raccontato. Come già detto, la storia non è canonica rispetto alla serie animata, ma senza alcune linee guida pregresse i nuovi spettatori che si avvicinano per la prima volta all’opera, potrebbero avere diversi problemi a orientarsi.
Rimane quindi un’esperienza che potrà soddisfare soprattutto chi è già fan affezionato della serie, senza però lasciare un segno originale che ne giustifichi l’incursione nei cinema.


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