Tratto da un romanzo di Stephen King, il nuovo lavoro di Francis Lawrence, regista di tutti gli Hunger Games ad eccezione del primo, è uno di quei film che sembrano costruiti attorno a un’idea tanto semplice quanto brutale: 50 ragazzi (uno per ogni stato americano) partecipano a una competizione estrema in cui sono costretti a camminare senza mai fermarsi, mantenendo un’andatura costante. Chi rallenta riceve un ammonimento e al terzo si viene eliminati definitivamente. Solo uno sopravviverà, ricevendo un ricco premio e potrà vedere realizzato un proprio desiderio.

Si tratta di un film profondamente disturbante: non c’è via di fuga, non ci sono grandi variazioni di scenario che alleggeriscono la tensione. Ci sono solo una strada, dei corpi che si consumano progressivamente e un regolamento inappellabile. Il regista sceglie di non espandere ulteriormente il materiale originale, anzi restringe il campo d’azione il più possibile, trasformando la ripetizione stessa delle azioni in un proprio linguaggio narrativo. È una scelta certamente rischiosa, perché espone il film a una possibile monotonia data dall’assistere a una costante marcia degli attori per quasi due ore, ma che viene sapientemente sfruttata per costruire tensione e coerenza, dando una sorta di onestà visiva a una storia così brutale.

In questo contesto, la violenza assume un ruolo centrale e tutt’altro che decorativo. Non è mai coreografata né catartica: è secca, decisa, ostentata, improvvisa, spesso quasi “burocratica”. Proprio questa sua regolamentata normalità la rende disturbante. Il film non costruisce attese spettacolari attorno alla morte, ma la inserisce come una conseguenza inevitabile, amministrata con freddezza da esecutori implacabili. Col passare del tempo, lo spettatore non rimane più scioccato tanto dall’evento in sé, quanto dalla sua messa in scena cruda e spietata, dalla ripetizione e dalla progressiva assuefazione che essa genera: una scelta che riflette, in modo inquietante, il modo in cui la sofferenza può diventare intrattenimento.

L’America che fa da sfondo alla competizione non ha nulla di riconoscibile o rassicurante: è un territorio rarefatto, spogliato di qualsiasi identità, ridotto a una successione infinita di strade e orizzonti indistinti. I paesaggi sono spesso desolati, abbandonati e trascurati. Questa rarefazione dello spazio dialoga direttamente con la dimensione politica del film. L’assenza di una comunità reale suggerisce un Paese in cui il tessuto sociale è stato lacerato e compromesso. Il pubblico della Lunga Marcia non viene quasi mai mostrato, bensì resta fuori campo, a casa, ad assistere alla competizione attraverso i media che la trasmettono in diretta. Si tratta di una presenza nascosta ma decisiva: tutto avviene a beneficio degli spettatori ed è attraverso il loro sguardo che la sofferenza e la morte viene legittimata come spettacolo.

I rimandi ai già citati Hunger Games sono ben evidenti, ma la grossa differenza sta proprio nel modo in cui il regista decide di mettere in scena il dolore e la brutalità di questi ragazzi costretti a marciare per giorni e notti, sotto le intemperie o il caldo soffocante per non ricevere il Congedo. Nulla viene celato: nè i problemi intestinali di alcuni partecipanti, nè le caviglie rotte, nè le crisi epilettiche, nè le esecuzioni, che vengono mostrate in maniera esplicita e brutale, senza stacchi di montaggio che preservino la visione degli spettatori più sensibili. Tutto contribuisce a costruire un’atmosfera che diventa progressivamente sempre più opprimente. Non è tanto ciò che accade a colpire, ma il modo in cui accade, la gradualità con cui la fatica si trasforma in disperazione e poi in qualcosa di ancora più difficile da definire, una sorta di resa esistenziale.

A sostenere la storia ci sono le ottime interpretazioni dei giovani protagonisti, che riescono a caratterizzare i propri personaggi senza scadere in semplici archetipi. Le relazioni che creano lungo il percorso (alleanze, rivalità, momenti di solidarietà che però non possono durare) sono messe in scena con estrema delicatezza, in netto contrasto con il contesto terribile in cui si manifestano.

Nonostante in alcuni momenti emerga una certa prevedibilità, il finale riesce a sorprendere fornendo anche una chiave di lettura diversa rispetto a quella che il pubblico si sarebbe aspettato fino a poco prima. Tuttavia, il film di Francis Lawrence non offre soluzioni né giudizi espliciti sul mondo che racconta, lascia che siano gli spettatori a decidere se godersi lo spettacolo come il pubblico indifferente della Lunga Marcia o rifletterci sopra ed eventualmente prendere le distanze da un sistema abbastanza riconoscibile da risultare inquietante.

Rispondi

IL CONSIGLIO DEL GIORNO

MAIGRET – L’AMORE E LA MORTE di Pascal Bonitzer

Torna in pista Jules Maigret, famoso commissario della letteratura francese, già trasposto diverse volte tra cinema e televisione (famosa in Italia è la versione impersonata dal grande Gino Cervi). A dargli il volto in questo caso è Denis Podalydès (visto in La moglie del presidente), per la regia di Pascal…

Continua a leggere

Designed with WordPress

Scopri di più da CineFools

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere