Chopin, Notturno a Parigi diretto da Michał Kwieciński racconta un lato poco conosciuto del grande compositore e pianista polacco che ha fatto la storia della musica classica, in particolare prendendo in esame l’ultima parte della sua vita quando venne colpito dalla tubercolosi.

Ci troviamo nella Parigi del XIX secolo, capitale dell’arte e della musica a livello mondiale: per le strade camminano artisti del calibro di Listz e Chopin. Venerati come Dei e godenti del favore di aristocrazia e reali, musicisti e compositori erano all’apice della catena sociale, ma questo non bastava per permettergli un sostentamento soddisfacente, quindi la maggior parte di essi, compreso lo stesso Chopin, preferivano dare lezioni private ai figli della nobiltà parigina piuttosto che esibirsi come dei fenomi sui prestigiosi palchi della città.

Eryk Kulm (che ha eseguito personalmente tutte le opere presenti nel film) interpreta con verità la personalità contrastante del musicista, diviso tra la sua inclinazione verso il divertimento e lo spirito dandy e un animo più introspettivo e malinconico che lo riportavano alle sue origini in Polonia.

Ciò che emerge con forza dalla pellicola è l’essenza dell’uomo al di là del genio che tutti conosciamo. È questo ciò che il regista ci vuole mostrare: non la solita storia di uno dei compositori che hanno fatto la storia della musica classica, ma ciò che restava dell’uomo quando i riflettori si spegnevano. La sua solitudine al di là delle folle spasimanti, la sua voglia di vivere fino all’ultimo momento e il suo amore sconfinato per la musica che lo accompagnava ovunque, anche nei momenti di maggior dolore e sofferenza.

La sceneggiatura alterna momenti di grande concitazione dove il ritmo della narrazione accelera improvvisamente ad attimi di maggiore intensità emotiva, a simboleggiare il flusso incontrollato di eventi e situazioni che dominavano la vita dell’artista negli ultimi anni della sua esistenza durante la lotta con la tubercolosi, tra credenze popolari e la sua immensa voglia di condividere la bellezza aulica della musica.

Non un classico ritratto d’artista che gode anche di una bella fotografia e altrettanto curate scenografie e costumi.
Una pellicola ben congegnata che soffre però a tratti di un’eccessiva ridondanza di concetti e situazioni che appesantiscono la visione, già compromessa da una permanenza sulla poltrona di oltre 2 ore e 20 minuti.

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