Mamoru Hosoda, maestro indiscusso dell’animazione giapponese, ci regala con Scarlet un’opera che fonde epica shakespeariana, emozione e meraviglia visiva in un’esperienza cinematografica intensa e appassionante. Liberamente ispirato all’Amleto di Shakespeare, il film trasporta lo spettatore in un mondo sospeso tra la vita e la morte, in cui la giovane principessa Scarlet, doppiata in originale da Mana Ashida, affronta il dolore della perdita, la sete di vendetta, ma anche la possibilità del perdono con una forza narrativa dirompente.
La storia inizia nel Medioevo danese: Scarlet cresce circondata dall’amore del padre, il buon re Amleth, la cui prematura morte per mano dello zio Claudius segna l’inizio del viaggio della protagonista verso la perdita e la progressiva riscoperta di se stessa e dei suoi veri valori. Determinata a vendicare l’amato padre, Scarlet viene avvelenata prima di poter compiere la sua vendetta e si risveglia nell’aldilà, in una sorta di purgatorio popolato da anime perdute e creature misteriose, tra cui un gigantesco drago che scaglia fulmini. In questo limbo passato e presente si incontrano e Scarlet incontra Hijiri, un paramedico del nostro tempo, la cui gentilezza e compassione verso il prossimo la spingono a riflettere sull’uso della violenza e sui suoi propositi di vendetta.
Hosoda costruisce un racconto che esplora il potere della connessione umana e della possibilità di redenzione. La principessa Scarlet non è una guerriera senza cuore: il suo dolore e la sua rabbia sono palpabili, ma anche la sua capacità di crescere, di comprendere e di perdonare emerge con delicatezza e autenticità grazie al “viaggio dell’eroe” che affronta nell’aldilà. In questo senso la sua relazione con Hijiri, seppur inizialmente faticosa e decisamente improbabile, diventa il catalizzatore della sua trasformazione, mostrando come la gentilezza e l’empatia possano cambiare persino gli animi più feriti.
Il punto di forza di Scarlet, però, risiede nella sua componente visiva. L’animazione fonde tecniche 2D e CGI, creando un universo che alterna la bellezza tradizionale di paesaggi naturali o storici a panorami surreali e iperrealistici. Ogni scena è curata nei dettagli: dai costumi, influenzati da estetiche sia giapponesi che occidentali, ai movimenti dei personaggi, realizzati calibrando perfettamente animazione tradizionale e tecnologia digitale. Le battaglie sono coreografate con precisione quasi videoludica. Le azioni dei personaggi sono intrise di un fluido realismo, mentre le sequenze musicali, anche se un po’ eccentriche, aggiungono un tocco di poesia al percorso emotivo della protagonista. La colonna sonora di Taisei Iwasaki accompagna le immagini con delicatezza, sottolineando momenti di introspezione e scene d’azione con la stessa intensità. Il leitmotiv del film poi vi resterà in testa per giorni interi.
Pur avendo alcuni momenti in cui la trama accelera improvvisamente o risulta un po’ contorta, Scarlet riesce a trasportare lo spettatore in un mondo fantastico che, pur lontano dalla realtà, riflette emozioni archetipiche e profondamente umane. Hosoda riesce a bilanciare l’epicità delle immagini con la profondità emotiva dei personaggi, pur affrontando temi complessi e universali, come la perdita, la rabbia, la vendetta e, soprattutto, il perdono. Scarlet è coraggiosa e vulnerabile allo stesso tempo, e lo spettatore non può fare a meno di empatizzare con ogni sua scelta e con ogni sua battaglia, interiore ed esteriore.
Infine, impossibile non rimanerne toccati dal bellissimo (e quanto mai attuale) messaggio pacifista del film. Ho avuto la fortuna di vedere per la prima volta Scarlet al Festival del Cinema di Venezia dello scorso anno a pochi giorni di distanza da La voce di Hind Rajab. Pur con le ovvie differenze di genere, nazionalità, pubblico e trama, il messaggio di fondo è lo stesso: cosa possiamo fare noi, per far si che non ci siano più bambini costretti a soffrire e morire per colpa delle guerre?


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