I fatti, in dittatura, non possono essere contemplati, in quanto rappresentano un pericolo per la stabilità del potere. È così che il sistema giuridico finisce per assumere connotati ambigui, se non del tutto nulli. In un periodo storico in cui si assiste, in più parti del mondo, alla pericolosa ricomparsa di infrastrutture politiche spaventosamente vicine a quelle che hanno caratterizzato la prima metà del Novecento, Sergei Loznitsa riflette su quanto la repressione di ogni forma di pensiero avverso possa diventare sistemica.
Nel 1937, nel pieno delle purghe staliniane, la lettera di un vecchio bolscevico — recluso, come molti altri membri della prima generazione rivoluzionaria, con l’accusa di attività antigovernative — finisce nelle mani di Aleksandr Korneev, giovane procuratore idealista. L’anziano comunista denuncia le condizioni disumane della detenzione e le torture alle quali i prigionieri vengono sottoposti dai carcerieri, al fine di estorcere false confessioni. Convinto che tali abusi siano da attribuire a branche corrotte del NKVD locale, Korneev si reca a Mosca per denunciare il fatto al procuratore generale dell’URSS, Vyšinskij.
Nel portare sullo schermo il racconto semi-autobiografico di Georgij Georgevič Demidov, scritto nel 1968 ma pubblicato solo nel 2009, Loznitsa mette in evidenza il volto più grottesco della dittatura. Soffermandosi su quella che può essere definita una vera e propria “burocrazia dell’orrore”, la pellicola riflette sul paradosso implicito nell’esistenza stessa di un organo di giustizia all’interno di un sistema che, per sua natura, non può permetterselo. La storia assume così connotati kafkiani, nei quali il protagonista — unico soggetto estraneo alla generale e diffusa disumanità della società sovietica — si ritrova progressivamente ingabbiato nella stessa organizzazione politica di cui fa parte.
Questo processo si manifesta tanto sul piano tematico quanto su quello formale. La regia amplifica infatti il senso di oppressione attraverso una messa in scena rigorosa: la macchina da presa rimane immobile, imprigionando i personaggi in quadri statici che restituiscono allo spettatore il medesimo senso di impotenza e immobilità che domina il racconto.
In linea con la sua filmografia, Sergei Loznitsa prosegue così il proprio percorso verso un cinema profondamente politico, capace di andare oltre il commento storico o ideologico per affidarsi alla forza espressiva delle immagini. Due procuratori diventa allora non solo una riflessione sullo stalinismo, ma anche una meditazione più ampia sulla fragilità della giustizia quando è costretta a operare all’interno di un sistema che ne nega i presupposti stessi.


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