Olivier Assayas tenta con Il Mago del Cremlino un affresco dell’ascesa politica di Vladimir Putin attraverso lo sguardo e i racconti del suo consigliere fittizio Vadim Baranov, interpretato da Paul Dano. Presentato in concorso alla passata edizione della Mostra del Cinema di Venezia, il film è tratto dall’omonimo romanzo di Giuliano da Empoli e mescola realtà e finzione per raccontare tre decenni di storia russa, ma il risultato è un’opera ambiziosa sulla carta che, sullo schermo, fatica a trovare coesione e tensione narrativa.

Il personaggio di Vadim Baranov, sebbene inventato dall’autore del romanzo, è ispirato per alcuni aspetti al politico russo Vladislav Surkov, assistente di Putin dal 2013 al 2020, da molti considerato il suo “spin doctor”, incaricato quindi di elaborare strategie di immagine da sottoporre attraverso i media all’opinione pubblica al fine di ottenere consensi. Surkov e Baranov condividono anche un background atipico precedente alla carriera politica: se il primo è stato artista rap, regista teatrale e scrittore, il secondo, nella storia narrata nel romanzo e nel film, è un ex teatrante e produttore di reality, divenuto poi consigliere alla comunicazione del Presidente Vladimir Putin dalla sua ascesa nel 1999 e per i successivi decenni.

Il percorso di Baranov da giovane aspirante uomo di spettacolo a influente architetto della propaganda putiniana, offre alcuni spunti interessanti per comprendere i meccanismi di potere all’interno del Cremlino. Tuttavia, il film si perde spesso in narrazioni episodiche, evidenziate anche dalla suddivisione in capitoli annunciati con tanto di logo a tutto schermo, e digressioni narrative che diluiscono l’impatto delle vicende storiche trattate. Anche le parti del film dedicate alla vita privata di Baranov e alla sua relazione con Ksenia (Alicia Vikander) rischiano di deviare l’attenzione dal cuore politico del racconto, lasciando alcune delle questioni più drammatiche, come la guerra in Ucraina o l’occupazione della Crimea, solo accennate.

La sceneggiatura elaborata a quattro mani da Assayas ed Emmanuel Carrère (che appare anche in un breve cameo) tende ad essere spesso troppo didascalica e fornire troppe spiegazioni, riducendo la complessità dei personaggi e trasformando figure che dovrebbero essere per loro stessa natura enigmatiche in archetipi prevedibili. Baranov, con la sua freddezza e il distacco quasi sociopatico, e Putin, incarnato da Jude Law con precisione nei dettagli fisici più che psicologici, restano figure affascinanti, ma il loro sviluppo narrativo viene compromesso da un ritmo frenetico e da una gestione eccessivamente episodica degli eventi. La scelta di concentrarsi su Baranov come punto di osservazione privilegiato non riesce a compensare la mancanza di approfondimento emotivo e psicologico degli altri protagonisti.

Sempre a causa di questo eccessivo accavallamento di situazioni ed eventi, le sequenze che dovrebbero trasmettere tensioni politiche (ad oggi ancora irrisolte) o drammi storici legati a fatti di attualità, risultano poco incisive e coinvolgenti, spesso abbandonate dopo pochi minuti per passare direttamente alla sequenza successiva, riducendo in questo modo anche la capacità del film di coinvolgere lo spettatore.

Nonostante queste criticità, ci sono elementi di notevole interesse. In primis, Paul Dano e Jude Law offrono due interpretazioni misurate e convincenti, riuscendo a evocare in alcune sequenze anche solo con un gioco di sguardi, la spietatezza e la sfrontatezza del potere russo. Impossibile poi non mettere a confronto il contenuto del film con la realtà che ci circonda quotidianamente. L’eco degli eventi che vediamo, seppur brevemente, sullo schermo è tristemente all’ordine del giorno su qualsiasi notiziario. Alcuni momenti del film che mostrano ad esempio l’ingerenza politica nella gestione della televisione e la diretta influenza sulle masse, legata a dinamiche interne del Cremlino, restituiscono un quadro interessante e allo stesso tempo inquietante della manipolazione politica contemporanea.

Il Mago del Cremlino è senza dubbio un’opera ambiziosa che tenta di decifrare il meccanismo alla base del potere politico di Putin in Russia, ma che paga le conseguenze di una gestione poco incisiva dei protagonisti e della storia. Pur offrendo spunti di interesse e alcune interpretazioni notevoli, il film resta un’occasione mancata, più interessato a descrivere la successione degli eventi che a sondare la loro profondità umana e politica. Alla fine della visione resta la sensazione che il materiale di partenza avrebbe trovato maggiore risalto se fosse stato adattato in una miniserie, capace di sviluppare con calma le complesse vicende storiche e psicologiche dei personaggi.

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