Mercy: sotto accusa è uno di quei film che sembrano destinati al fallimento ancora prima di iniziare e che invece, contro ogni previsione, riescono a rivelarsi sorprendentemente coinvolgenti. Il regista Timur Bekmambetov costruisce un thriller fantascientifico dal ritmo serrato, ambientato in un futuro prossimo inquietantemente plausibile, attorno a un’idea tanto semplice quanto disturbante: un sistema giudiziario completamente affidato all’intelligenza artificiale, dove la colpevolezza è presunta e l’imputato ha solo 90 minuti per dimostrare la propria innocenza prima dell’esecuzione.
Il detective Chris Raven, interpretato da Chris Pratt, si risveglia legato alla sedia del tribunale “Mercy”, accusato dell’omicidio della moglie. A giudicarlo è Maddox (Rebecca Ferguson), un’entità artificiale che calcola probabilità, analizza dati e prende decisioni senza sfumature morali né coinvolgimento empatico. Il processo è immediato, senza appelli né avvocati, ma con accesso totale a ogni forma di sorveglianza digitale: videocamere pubbliche e private, tabulati telefonici, archivi mail, cloud. Nulla è off-limits, la privacy non esiste. Sebbene quindi la trama possa apparire semplice, l’intreccio è ben congegnato e ricco di colpi di scena.
Bekmambetov sfrutta ancora una volta lo stile narrativo “screenlife”, già sperimentato nel suo lavoro precedente del 2018, Profile. In quel caso l’intera azione avveniva sullo schermo del computer della protagonista, utilizzando le webcam e le finestre del desktop come se fossero le inquadrature del film, immergendo lo spettatore nella vita digitale e nei dialoghi in tempo reale, attraverso webcam e videochiamate, creando una sensazione di realismo e ansia. Mercy: sotto accusa invece si svolge all’interno della stanza del tribunale in cui è in corso il processo, in cui sono presenti solo il protagonista (sempre legato) e il giudice virtuale. Tutto il controcampo sul mondo esterno è affidato a un vortice visivo di dati, schermi e ricostruzioni digitali. Grazie soprattutto all’utilizzo di camere non convenzionali, assistiamo infatti a una moltiplicazione dei punti di vista, tra camere di videosorveglianza, droni, riproduzioni 3D, camere in soggettiva, bodycam e videochiamate.
L’ambientazione è statica, ma il ritmo non lo è quasi mai: l’utilizzo del tempo reale nella narrazione contribuisce a mantenere alta la tensione e rendere la visione scorrevole, se non addirittura compulsiva. Utilizzando un espediente divenuto celebre grazie alla serie televisiva 24, con protagonista Kiefer Sutherland, caratterizzata anch’essa da uno stile frenetico e dall’uso intensivo della camera a mano per aumentare il senso di realismo, la tecnica del tempo reale crea un effetto quasi documentaristico, che permette di vivere in prima persona gli eventi. Sullo schermo appare spesso un timer che segnala lo scorrere inesorabile del tempo del processo: lo spettatore vive ogni secondo insieme al protagonista, condividendo con lui la tensione e la sensazione di essere con le spalle al muro, mentre cerca da remoto di ricostruire la realtà dei fatti che lo scagionerebbe.
Chris Pratt offre una performance più sfaccettata del solito: il suo Raven è imperfetto, spesso antipatico, segnato dall’alcol, dalla rabbia e dal dubbio di poter essere davvero il colpevole. Una figura a cavallo tra l’eroe e l’antieroe. Rebecca Ferguson, pur non condividendo fisicamente la scena con Pratt, riesce a dare al giudice virtuale una presenza reale e algida, ma progressivamente sempre più ambigua, alimentando uno dei temi più interessanti del film: il confronto tra logica algoritmica e complessità umana, soprattutto sul piano emotivo. Il dialogo tra i due protagonisti diventa occasionalmente quasi filosofico, in particolare quando si interrogano sulla fallibilità insita nell’essere umano e sulle sue implicazioni nella giustizia. Usando il genere thriller e il pretesto narrativo del processo per omicidio, il film porta infatti anche il pubblico a riflettere su temi quanto mai attuali, come l’utilizzo sempre più pervasivo di sistemi AI, il rapporto uomo/macchina, la privacy e il controllo.
Mercy: sotto accusa è a tutti gli effetti una distopia: quelle poche informazioni che abbiamo sul mondo esterno ci permettono infatti di sapere che la popolazione all’interno delle grandi città è stata suddivisa in “zone rosse” dove vengono segregati i “reietti” della società, creando così una netta separazione sociale legata principalmente al benessere economico. Per garantire l’illusione di sicurezza, viene richiesto a tutti l’accesso alla propria sfera personale privata e ai propri dati sensibili. La questione di fondo è: se nessuno ha niente da nascondere, siamo tutti più al sicuro? Una domanda che richiama il modello carcerario del Panopticon ideato da Bentham nel ‘700, ma anche il romanzo Il Cerchio di Dave Eggers (da cui è stato tratto il film The Circle nel 2017) in cui una potente azienda tecnologica, spinge i propri utenti e gli stessi dipendenti a condividere online ogni aspetto della propria vita, esponendo i protagonisti ai rischi della sorveglianza totale e della perdita della privacy. Il film ci permette quindi di porci anche degli interrogativi relativi alle conseguenze etiche e personali della sorveglianza continua e sull’uso dei social da parte dei minori, oltre che sul controllo da parte dello Stato sulle reti sociali e sulle informazioni che diventano di pubblico dominio.
Si tratta, in conclusione, di un film ben congegnato, attuale e divertente, ma pur sempre imperfetto e a tratti sopra le righe. La sceneggiatura adotta alcune soluzioni narrative forzate e chiede allo spettatore una sospensione dell’incredulità notevole, soprattutto per quanto riguarda il funzionamento dell’IA. Eppure alla fine Mercy: sotto accusa funziona perché è irrefrenabile, compulsivo, si prende dei rischi osando con soluzioni tecniche anticonvenzionali e dimostra che a volte un film non deve essere necessariamente impeccabile per risultare efficace: basta che sappia intrattenere e far pensare, mantenendo incollati alla poltrona gli spettatori (come il suo protagonista) anche solo per un’ora e quaranta.


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