“Meritiamo di sapere” recita lo slogan simbolo del nuovo film di Steven Spielberg Disclosure Day, basato su un soggetto dello stesso Spielberg e scritto da David Koepp, che ha già collaborato con il regista firmando le sceneggiature di Jurassic Park, Il mondo perduto – Jurassic Park, La guerra dei mondi e Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo.
Nel non troppo lontano 1977, Spielberg ci ha introdotti al mondo extraterrestre con Incontri ravvicinati del terzo tipo, nel 1982 ha stravolto il cinema di fantascienza con E.T. l’extra-terrestre, una storia di amicizia e accettazione. Oggi, nel 2026, questo universo inesplorato e segreto giunge a noi attraverso un racconto dai toni ben più oscuri e complottisti tramite la storia di Margaret Fairchild (Emily Blunt), una meteorologa che improvvisamente inizia a sviluppare una innaturale sensibilità iper-empatica nei confronti di persone e animali e Daniel Kellner (Josh O’Connor), un informatico che si occupa della protezione di dati sensibili per un’azienda che, si scoprirà, ha nascosto per decenni scioccanti video che testimoniano la presenza degli alieni nell’universo nonché della loro relazione con l’intelligence americana. Entrambi vengono coinvolti in una rete di intricate situazioni che tenteranno di ostacolare il loro ruolo di disvelatori della verità a tutta l’umanità.
Spielberg non perde tempo e dà inizio al racconto in medias res così da farci immergere immediatamente all’interno della storia: inseguimenti, sparatorie e scene complottiste dal sapore sci-fi con una goccia di horror, fanno da cornice a una storia che urla alla riscoperta di un valore ormai semi-perduto quale l’empatia, non solo nei confronti degli stessi uomini quanto di tutti gli esseri viventi, che siano a noi conosciuti o meno. Non solo azione, dunque, ma soprattutto tanta sensibilità e psicologia che emergono da una sceneggiatura tanto ricca di colpi di scena, quanto di ironia e suspense all’interno della quale gli stessi personaggi affrontano un viaggio interiore che li porterà ad avvicinarsi o allontanarsi totalmente dal percorso narrativo a loro inizialmente destinato.
Una storia di fantascienza che, allo stesso tempo, risulta molto più umana di tanti film che, paradossalmente, trattano tematiche ben diverse: Spielberg torna nell’universo narrativo a lui caro e ancora una volta riesce a far traballare tutti quegli assunti e le ideologie pietrificate all’interno dell’umano sentire, mettendo in discussione le nostre granitiche certezze. Non si tratta, però, solo di questo, quanto di una pellicola incentrata principalmente sulla riscoperta della sensibilità, valore rappresentato dal personaggio di Margaret, interpretato con spessore da Emily Blunt. Il cast stellare che aveva fin da subito acceso le curiosità delle luci della ribalta certamente non delude, ma ad emerge soprattutto, oltre alla consueta bravura dell’attrice americana e di Josh O’Connor, è la performance magistrale di Colin Firth: magnetico e glaciale riesce a infondere nel suo personaggio una complessità psicologica che raramente abbiamo occasione di vedere sul grande schermo, dimostrando ancora una volta la sua grande versatilità e capacità immersiva nel ruolo.
Un impianto nostalgico nei confronti degli anni ’90 e una forte storia alle spalle sono gli ingredienti principali di questa pellicola che, senza alcun dubbio, trascina lo spettatore all’interno di un mondo che spesso percepiamo lontano e irraggiungibile e questo Spielberg lo sa, decidendo di aprire costantemente un varco colmo di possibilità e visioni che ci smuove dal nostro perenne torpore attraverso il suo grande cinema.
Ciò che continua a stupire del cinema di questo grande maestro, oltre alla cura nascosta dietro a ogni scelta narrativa ed estetica (a tratti qui un po’ meno efficace rispetto ad altri suoi film soprattutto sul fronte CGI) sta soprattutto nella sua capacità di andare nella sottopelle dello spettatore e rendere l’esperienza della sala non solo ricca e coinvolgente visivamente, quanto più indimenticabile cognitivamente, psicologicamente ed emotivamente.


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