In occasione del 25° anniversario della sua uscita originale, torna nelle sale italiane per pochi giorni (dall’11 al 13 maggio) grazie ad Anime Factory, il secondo film diretto dal compianto Satoshi Kon. Un’opera che non è semplicemente un racconto biografico di un’ex-attrice, ma un caleidoscopico viaggio emotivo dentro l’idea stessa del cinema, della memoria e del desiderio. Guardando Millennium Actress, viene ancora oggi spontaneo perdersi e smettere di chiedersi dove finiscano i ricordi e dove inizi il cinema ed è probabilmente lì che il film di Satoshi Kon trova la sua forma più autentica e di valore.
La storia segue Chiyoko Fujiwara, attrice ormai ritiratasi dalle scene che conduce una vita lontana dai riflettori, che decide di ripercorrere la propria storia e carriera davanti a una troupe venuta a intervistarla. Satoshi Kon sfrutta fin da subito questo espediente per dare vita a qualcosa di molto più ambizioso: i ricordi di Chiyoko si fondono ai film che ha interpretato, gli scenari cambiano senza soluzione di continuità, le epoche si sovrappongono e i personaggi sembrano attraversare il tempo e lo spazio con la naturalezza dei sogni, tema caro al regista giapponese, presente anche in altri suoi capolavori come Perfect Blue e Paprika. È un cinema che non pretende di essere realistico, ma di restituire un’emotività sincera e condivisibile con gli spettatori.
La cosa sorprendente è la naturalezza con cui il regista riesce a mantenere la storia accessibile a tutti, nonostante l’apparente complessità narrativa. Anche nei passaggi più visionari, Millennium Actress mantiene una delicatezza e una connessione empatica naturale con i suoi spettatori, non cerca di stupire con virtuosismi fini a se stessi. Ogni transizione, ogni salto temporale, ogni immagine surreale esiste perché parla dell’ossessione che ha guidato la vita della protagonista: inseguire qualcuno (o qualcosa) che forse conta più come ideale che come entità reale. Pur parlando di nostalgia, occasioni mancate e identità costruite attraverso la finzione cinematografica, il film mantiene un approccio malinconico, ma non in senso negativo, suggerendo infatti che il vero valore di una vita non stia necessariamente nel raggiungere ciò che si cerca disperatamente, ma nel viaggio stesso che quella ricerca comporta.
Visivamente il film conserva ancora oggi una modernità impressionante: le animazione sono contraddistinte da movimenti continui, fluidi, quasi musicali. Satoshi Kon sfrutta il montaggio come farebbe un regista di film in live action, creando raccordi impossibili che catturano l’attenzione dello spettatore durante i salti spazio-temporali. Ispirandosi alle tecniche di James Joyce, il film dà vita a una sorta di flusso di coscienza animato, dove il cinema giapponese del Novecento, la fantascienza, il melodramma storico e il racconto romantico convivono nello stesso spazio mentale della protagonista.
La riedizione cinematografica in 4K restituisce al film una potenza visiva che non aveva mai avuto nelle vecchie edizioni rilasciate in home video. La pulizia delle immagini fa risaltare i colori pittorici e le composizioni artistiche ideate da Satoshi Kon, senza snaturarne la texture originale, mentre il lavoro sul contrasto valorizza soprattutto le sequenze più oniriche e luminose. Anche la colonna sonora di Susumu Hirasawa beneficia della rimasterizzazione, acquisendo una profondità che permette agli spettatori in sala di entrare ancora di più nella storia di Chiyoko, amplificando il coinvolgimento emotivo.
Poter vedere di nuovo Millennium Actress in questa nuova veste, per la prima volta sul grande schermo in Italia, permette anche a coloro che già conoscevano il film di attribuirgli nuovi significati, come se questi 25 anni trascorsi dalla sua prima distribuzione gli avessero permesso di evolversi, pur rimanendo sostanzialmente lo stesso. Dopotutto è un film che parla proprio di questo: di come il passato continui a reinventarsi ogni volta che scegliamo di guardarlo ancora.


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