Il nuovo film diretto da Pupi Avati si configura, almeno nelle intenzioni, come un dramma intimista, fatto di memorie, rimpianti e legami che attraversano il tempo. Gianni Riccio, celebre conduttore televisivo, viene travolto da uno scandalo finanziario proprio all’apice della sua carriera. La caduta pubblica e il confronto privato con un passato segnato dalla perdita precoce di entrambi i genitori, ma anche dal suo primo grande amore, sacrificato alla carriera, sono i focus narrativi della pellicola. Tuttavia, l’impressione generale è quella di un’opera che resta sospesa, incapace di trovare un equilibrio tra un linguaggio eccessivamente evocativo e uno sviluppo drammatico che sembra aprire a una possibilità di rinascita segnato da una sceneggiatura piuttosto piatta.
La regia di Pupi Avati, da sempre riconoscibile per il suo sguardo nostalgico e malinconico, oltre che per un’estrema delicatezza nel trattare i sentimenti, qui sembra rifarsi a schemi ormai visti e rivisti. Il tentativo di intrecciare passato e presente, realtà e ricordo, si traduce in una costruzione frammentaria che più che arricchire il racconto lo appesantisce. I salti temporali non hanno quella fluidità necessaria a guidare lo sguardo dello spettatore. In generale, la regia appare meno ispirata rispetto alle sue opere precedenti, come se fosse trattenuta, o forse più semplicemente stanca, come se mancasse un vero slancio creativo capace di tenere insieme la storia. Il tono malinconico, cifra tipica del cinema di Pupi Avati, qui diventa quasi totalizzante, finendo per appiattire le dinamiche emotive tra i personaggi. Mancano quelle variazioni di registro che possano sorprendere o coinvolgere più profondamente il pubblico. Anche i dialoghi risentono di questa incertezza, oscillando tra momenti più autentici e altri più artificiosi, mentre i personaggi faticano a trovare una vera evoluzione nel corso del film, rimanendo di fatto figure statiche e immutabili.
Le interpretazioni degli attori cercano di compensare le debolezze della messa in scena: Massimo Ghini offre una performance misurata, coerente con il tono generale del film, ma proprio per questo finisce per risultare un po’ sacrificata e uniforme, contraddistinta da scarse possibilità di variazione. Molto più interessante è invece il lavoro di Giuliana De Sio, che riesce a ritagliarsi qualche spazio in cui emergere: la sua parodia di conduttrice “a la Barbara D’Urso” (col cuore) è probabilmente l’elemento più interessante del film. Proprio il suo contributo evidenzia, per contrasto, tutti i limiti del film: il suo personaggio, contraddistinto da questi momenti di “eccesso” e carisma, appare più interessante dello stesso protagonista, ma il racconto non si concede lo spazio per approfondire la sua storia, relegandolo a una figura di contorno e lasciando molte intuizioni potenzialmente interessanti incompiute.
Nel tepore del ballo è un film che guarda al passato più per abitudine che per reale necessità espressiva. La nostalgia, invece di diventare uno strumento per rileggere il presente, si trasforma in una dimensione autoreferenziale, che fatica a trovare un vero punto di contatto emotivo con gli spettatori. Ciò che resta è un’opera elegante, ma che trasmette una sensazione di distanza, come un ricordo lontano di cui forse ci si vorrebbe solo dimenticare.


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