Che Richard Linklater sia un grande amante del cinema non è mai stato un segreto. In particolare, è evidente l’interesse che da sempre nutre nei confronti della Nouvelle Vague. Rimandi alla florida stagione del cinema francese degli anni Sessanta affiorano in buona parte della sua filmografia. Appare chiara, soprattutto, la sua predilezione per le pellicole di François Truffaut e per il ciclo dedicato al personaggio di Antoine Doinel (Jean-Pierre Léaud). Queste influenze si ritrovano tanto nella decennale storia d’amore tra Jesse e Céline nella trilogia composta da Before Sunrise, Before Sunset e Before Midnight, quanto nella crescita del protagonista di Boyhood, seguita direttamente sullo schermo nell’arco di dodici anni.

Eppure, nel sentito omaggio che il regista realizza con il suo ultimo film, Nouvelle Vague, l’attenzione non si concentra sulla figura di Truffaut quanto su quella di Jean-Luc Godard, senza dubbio il più radicale del gruppo dei cosiddetti “Giovani Turchi”.

Uno dopo l’altro, gli energici critici della rivista Cahiers du Cinéma hanno debuttato alla regia. Con la Nouvelle Vague ormai al centro delle discussioni negli ambienti intellettuali parigini e non solo, tutti attendono di sapere se anche Godard seguirà i colleghi Truffaut e Claude Chabrol. È così che, tra discussioni e metodi non convenzionali, prende avvio la produzione di Fino all’ultimo respiro, destinato a diventare un manifesto del movimento e a segnare profondamente la storia del cinema.

Talvolta l’amore per una corrente o per un autore rischia di minare la lucidità di un artista, impedendogli di mantenere quel distacco necessario ad avere uno sguardo più ampio. Questa è la sensazione che emerge durante la visione di Nouvelle Vague. L’affezione che il regista nutre nei confronti della storica onda francese sembra circoscrivere il progetto alla mera celebrazione, senza offrire un punto di vista realmente differente: un gioco cinefilo fine a se stesso, nel quale non trovano spazio riflessioni personali.

È così che la ricostruzione filologica, dal bianco e nero alla grana della pellicola, per quanto accurata, finisce per apparire più come un esercizio di stile che come una necessità espressiva. Lo stesso vale per la sequela di volti e nomi che, come in un ideale album di figurine, si susseguono sullo schermo. Ma è soprattutto nella delineazione della figura di Godard che questa sensazione trova maggiore riscontro. A differenza di altri film dedicati al celebre regista, primo fra tutti Il mio Godard di Michel Hazanavicius, in cui si attua una vera e propria decostruzione della sua icona, in Nouvelle Vague la pellicola sembra schierarsi costantemente dalla sua parte. Se all’interno della narrazione attori, produttori e tecnici mettono in discussione le capacità del regista, ciò non avviene mai sul piano extradiegetico, finendo per rafforzare il luogo comune del genio incompreso.

Una pellicola, in definitiva, adatta agli studenti di cinema; un po’ meno a chi, nella riflessione, è alla ricerca di qualcosa di più.

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