A meno di un anno dall’uscita di 28 anni dopo, il ritorno all’universo apocalittico ideato da Alex Garland, con la regia di Danny Boyle, prosegue la saga ambientata in una Gran Bretagna afflitta da un’epidemia che trasforma le persone in individui infetti, rabbiosi e idrofobi.

28 anni dopo – Il tempio delle ossa riparte esattamente da dove si era concluso il capitolo precedente: dopo aver pianto la madre e abbandonato il proprio villaggio natale, il dodicenne Spike si ritrova, suo malgrado, a unirsi a un gruppo di giovani satanisti guidati dallo psicopatico Jimmy Crystal. Nel frattempo, il Dr. Kelson, da una condizione pressoché eremitica, instaura un inaspettato rapporto d’amicizia con un Alfa infetto, cui attribuisce il nome di Samson.

Questo nuovo corso intrapreso dalla saga firmata Boyle-Garland si configura in chiave fortemente politica, cercando al contempo di distinguersi dalle numerose opere incentrate su un’apocalisse zombi. In un mercato ormai saturo — tra film, serie TV e videogiochi — è evidente come il franchise di 28 giorni/mesi/anni dopo stia virando verso un registro differente. Tale impostazione era già riscontrabile nel capitolo precedente, che dal survival-movie classico transitava verso il dramma familiare per approdare a un finale di natura apertamente grottesca.

Se 28 anni dopo si affidava all’horror per veicolare una satira pungente contro la Brexit e il crescente isolazionismo britannico, Il tempio delle ossa volge lo sguardo soprattutto verso il tema delle sette e dell’adesione incondizionata alle visioni di un leader autoritario.

Nonostante Boyle abbia ceduto il ruolo di regista passando il testimone a Nia DaCosta, il modello impostato dal cineasta inglese rimane pressoché invariato, accostando l’immaginario zombie a un retrogusto fortemente pop. Ciò emerge con forza anche nella scelta musicale, in particolare in una scena con protagonista un ispirato Ralph Fiennes sulle note di The Number of the Beast degli Iron Maiden.

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