Negli ultimi anni i mostri classici stanno chiaramente vivendo un nuovo periodo florido a livello di produzioni. Chiuso il periodo di romanticizzazione esasperata di Twilight si è tornati a proporre figure più minacciose e/o tragiche con varie nuove incarnazioni di Dracula (si pensi a RenfieldDemeter – Il risveglio di Dracula e Nosferatu) o con il recente Frankenstein di Guillermo Del Toro. Un filone horror che non poteva non essere notato dalla Blumhouse, che ha iniziato a proporre le sue versioni di questi personaggi. Dopo L’uomo invisibile e Wolf Man ora tocca a La Mummia.

In questa nuova versione diretta da Lee Cronin, la creatura protagonista è la giovane Katie, rapita in tenera età e riapparsa misteriosamente dopo otto anni. La ragazza manifesterà sempre più comportamenti maligni e abilità paranormali, rendendo palese il fatto che sia posseduta da un’entità malvagia. Già da questa semplice premessa viene da domandarsi cosa questo progetto abbia a che spartire con un film di mummie? Effettivamente sarebbe più definibile come un remake non ufficiale de L’esorcista, che cerca però maldestramente di giustificare il titolo con pochi blandi collegamenti, ad esempio Katie che viene ritrovata avvolta da bende in un antico sarcofago egizio. Il motivo è probabilmente da ricercare nel recente annuncio di un nuovo capitolo della saga de La Mummia con protagonista Brendan Fraser: per evitare il rischio di una sovrapposizione di spunti la storia è stata riscritta, diventando appunto un film di possessioni.

Al di là del titolo e focalizzandoci sul risultato finale, ci troviamo davanti a un classico film con tutti gli stilemi narrativi dei film di demoni: la storia scorre seguendo sentieri visti e rivisti, con qualche trovata estetica anche carina (c’è un momento di body horror abbastanza disturbante), oltre alle classiche ingenuità narrative di questo filone. 

Purtroppo a inficiarne la godibilità troviamo un’eccessiva dilatazione dei tempi (130 minuti di durata sono fin troppi per un progetto simile) e una gestione del tono non sempre oculata. Infatti, il regista Lee Cronin in alcune occasioni inserisce degli elementi di humor grottesco usciti direttamente dal franchise de La Casa (non a caso proprio lui ne ha diretto il quinto capitolo), che stonano parecchio col tono serioso che connota il resto della narrazione.

La difficoltà nel far convivere spunti tratti da La Mummia/L’Esorcista/La Casa (e aggiungiamo anche The Conjuring) emerge soprattutto nella pasticciata risoluzione finale, che fatica a mantenere una direzione chiara.

Dispiace constatare come il revival dei mostri classici da parte di Blumhouse, dopo un’ottima partenza con L’uomo invisibile, sembri aver rapidamente perso smalto coi due lavori successivi.

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