Talvolta i sequel, sopratutto se non preventivati, finiscono per essere schiavi delle produzioni che li hanno preceduti, intrappolati in un loop perpetuo che li costringe a ripetere ciò che si suppone abbia funzionato nei capitoli precedenti, senza trovare margini per differenziarsi. Il caso di Finché morte non ci separi 2 si pone come esempio paradigmatico di questa tendenza, muovendosi su strade già precedentemente battute.
Questo sequel prosegue esattamente da dove il primo film si era interrotto, portando avanti l’ultima inquadratura e mostrandone il seguito, con la giovane Grace che seduta sui gradini dalla casa della famiglia del suo (ex) marito, si fuma una sigaretta in attesa dei soccorsi. Tuttavia, l’incubo sembra non essersi ancora concluso. Infatti, con la morte dei Le Domas, si viene a creare un vuoto all’interno della più ampia cerchia di satanisti. È così che su indicazioni “dell’avvocato” di Mr. Le Bail, le cinque famiglie che compongono il Concilio si riuniscono per una nuova partita a “Nascondino” e la preda sarà nuovamente Grace, insieme questa volta alla sorella Faith.
Doppio protagonista, doppio divertimento. Questo perlomeno nelle intenzioni. Là dove si pensa che operando in termini puramente numerici, ampliando la posta in gioco e aumentando il numero di personaggi con l’aggiunta della sorella (Kathryn Newton) a supporto della protagonista, si possa rendere la dinamica più stimolante, in realtà non si fa altro che appesantire inutilmente una pellicola il cui predecessore trovava la propria forza nella semplicità del soggetto da high concept movie.
Il film diventa quindi l’ennesima vittima di un sistema che, vampirizzato dal marketing, non ha altro modo di sostenersi se non con un semplice “more of the same”.


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