Il nuovo film di Paul Thomas Anderson è caotico, divertente, commovente, esplosivo e a tratti terrificante per quanto sia fedele alla realtà che ci circonda.
Sebbene si tratti di un adattamento del romanzo Vineland di Thomas Pynchon, ambientato nella California degli anni ‘80 contraddistinta da movimenti di ribellione e repressioni, Anderson decide di rendere la sua opera cronologicamente ambigua, lasciando libera l’interpretazione del pubblico che non potrà far altro che constatare riferimenti all’odierna faida tra radicali e fondamentalisti nell’era Trump, ma che forse richiama l’eterno ritorno nietzschiano, in cui queste battaglie sono destinate a ripetersi “una dopo l’altra” appunto.
Alla base della narrazione c’è una storia di sopravvivenza padre-figlia, inserita in un più ampio contesto satirico sull’America, Nazione costruita sulle spalle di immigrati emarginati che cercavano di riformare la società a propria immagine, e il suo insito rapporto con la violenza suprematista e la paranoia.
È una storia di outsiders, come Anderson ci ha spesso abituati. Leonardo DiCaprio nei panni dell’ex rivoluzionario Bob Ferguson e Sean Penn in quelli dello spietato colonnello nazionalista Steven J. Lockjaw guidano un cast ineccepibile, in cui spicca anche Benicio del Toro nei panni dello stravagante sensei di arti marziali Sergio. Purtroppo, nonostante la durata spropositata del film, non tutti i personaggi hanno il tempo che meritano e alcuni archi narrativi si perdono nel caos senza trovare una conclusione. Spesso c’è la sensazione che ci siano troppe fazioni in gioco, non tutte ben interconnesse e approfondite.
Il film, girato in 35mm, è visivamente spettacolare grazie alla sua texture ricca, granulosa, in grado di dare risalto ai giochi di luci e ombre. Una sequenza in particolare nell’ultimo atto (ambientata non a caso nella Monument Valley) sembra provenire direttamente a un western di John Ford.


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