Sono varie le ragioni a cui rispondono i vari ritorni di saghe iconiche a distanza di diversi anni. In alcuni casi si riprende un brand nel tentativo di rimediare a errori di gestione passati. Si pensi a Batman Begins, creato per rivitalizzare al cinema l’uomo pipistrello dopo la debacle di Batman e Robin, o al Godzilla del 2014, uscito per dare vita a una versione americana del lucertolone atomico più soddisfacente di quella realizzata nel 1998 da Roland Emmerich.

Return to Silent Hill, risponde a questo tentativo di redenzione proponendosi di creare un degno seguito del film del 2006, Silent Hill (basato sull’omonimo videogioco), dopo il disastroso responso di Silent Hill: Revelation (2012). Questa volta si prova a creare un lavoro dalle premesse più incoraggianti: si richiama Christopher Gans (regista del primo capitolo) e si prende molta più ispirazione diretta dal secondo capitolo della saga videoludica, tuttora considerato uno dei migliori, se non IL miglior videogioco horror della storia.

La trama segue, come appunto nel videogame, l’artista James Sunderland recarsi nella spettrale Silent Hill per ritrovare l’amata Mary Crane. Il viaggio si rivelerà un incubo onirico dove James dovrà affrontare i propri demoni interiori, che la cittadina materializza sottoforma di varie creature mostruose e personaggi pittoreschi.

Insomma, è evidente la volontà di costruire un horror psicologico, basato sull’atmosfera e le varie suggestioni visive. Tutte le buone intenzioni teoriche si perdono però totalmente nella scarsissima resa finale. Il lato tecnico è estremamente carente, tra una fotografia iper-patinata (tristemente paragonabile a un fan movie di YouTube) e una CGI di bassissima qualità, che finisce per affossare l’efficacia dei design delle creature e delle scenografie.

La situazione non migliora a livello narrativo: la sceneggiatura, anziché costruire un proprio discorso a partire dal materiale originale (come fatto col primo film di Silent Hill), si limita a proporre in sequenza varie situazioni/personaggi/mostri del videogioco originale, ma senza una vera successione logica o profondità nelle varie sequenze.

I fan potranno divertirsi a cogliere i vari riferimenti al gioco originale, ma tolti quelli non rimane nulla di cui parlare seriamente. A fine visione tutto ciò che resta è il rammarico per un progetto dal grande potenziale, ma che alla fine non ha assolutamente nulla da offrire allo spettatore. Al tutto si aggiunge l’ironia dovuta al fatto che il film esce a breve distanza da 28 anni dopo – Il tempio delle ossa, che ha dimostrato come sia possibile riprendere in maniera efficace una saga horror dei primi anni Duemila.

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